Archivio mensile:gennaio 2015

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Ah, i rapporti umani!
Non ne possiamo fare a meno, o meglio, salvo il caso in cui non decidiamo di isolarci completamente e lasciare con un “adieu” il mondo civilizzato, probabilmente in un modo o nell’altro finiremo per allacciare volutamente o non, legami con individui della nostra stessa specie.
Vorrei fare una premessa: solitamente a me piace scrivere usando metafore o allegorie, lasciando ai lettori il piacere d’interpretare, ma badate bene, l’obiettivo vostro non è indovinare il significato che io do al testo, perché voi, amici miei, siete liberi d’interpretarlo come meglio credete, dando sfogo alle vostre emozioni e sensazioni.
In questo caso però, concedetemi di esser chiaro, e di far sì che queste parole si tramutino in un piccolo laghetto, che trovandosi in luogo sperduto e inaccessibile, non ha subito nessuna contaminazione da parte dell’uomo, rimanendo così limpido e puro come un bambinello ancora in fasce.

Ordunque, vi è mai capitato di dover troncare i rapporti con qualcuno?
Sì, è ovvio, che domande, però badate bene, io non mi sto riferendo alle erbacce, che si accumulano in continuazione nel nostro orticello, e ad essere sincero, nel doverle estirpare io mi diverto così tanto che lo vedo più come un hobby che come un lavoro.
Io mi sto riferendo a quei rapporti che vorremmo non finissero mai, ma che per un motivo o per un altro siamo obbligati a cancellare, costringendoci a malincuore a non dar retta alle lacrime e ad andare avanti.
No, non voglio richiamare alla vostra memoria nemmeno la rottura di una storia d’ amore andata a male, consentitemi di inserire quella situazione specifica nell’insieme delle erbacce, o se proprio vogliamo essere puntigliosi con i paragoni, nell’ insieme dei rami secchi, di cui oramai possiamo fare volentieri a meno.
Io parlo di quei legami che pur non essendo macchiati da nessuna impurità, vengono intaccati da alcune circostanze che rendono insostenibile il rapporto iniziale.
Ciò ci porta purtroppo, a dover compiere delle scelte che mettono la parola fine a quella situazione apparentemente idilliaca che vivevamo in precedenza con la persona con cui condividevamo tale rapporto.
A cosa mi riferisco?
Non c’è bisogno di fare una scaletta, avrete sicuramente avuto molte esperienze nella vita, forse più di quante ne abbia avute io, e nel fare un “rewind”, probabilmente indovinerete senza difficoltà alcuna i legami a cui alludo.
È come quando raggiungi l’età dell’adolescenza, e ti tocca buttar via quei balocchi appartenuti ad una fanciullezza oramai svanita, e forse in cuor tuo preferiresti non farlo….
Anche se a conti fatti, è la scelta migliore, o per meglio dire, la più matura.

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Edmond L. Isgrò

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Lacrime di una candela

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In una buia e gelida notte invernale, mi trovai per uno sfortunato gioco degli eventi a dover sopportare la mancanza di corrente nel mio appartamento.
Per trovare ristoro a quel freddo pungente e non avendo la volontà di coricarmi, mi apprestai ad accendere una di quelle candele che tenevo a mo’ di reliquie in una vecchia credenza da non so quanti anni.
Fu più difficile trovare i fiammiferi a dire il vero, ma dopo essermi fatto largo tra qualche cianfrusaglia, potei finalmente godere di un po’ di luce misto ad un dolce tepore.
Mi sedetti sul mio sgabello preferito, posai la candela su quello scrittoio, che insieme alla penna e al calamaio furon gli amici più sinceri che ebbi mai e mi concentrai su quella flebile fiamma.
Si contorceva assai quella minuta creatura, ma resisteva egregiamente agli spifferi che ormai avevano fatto salotto nella stanza; ciò mi colpii non poco, io che da sempre vivevo sottoterra come una talpa, sapendo di non reggere bene gli urti che solevan bussare all’uscio di casa mia, non riuscivo a credere che una piccola fiamma potesse possedere tale resistenza.
Lo ammetto, la luce, il calore e la forza di quella candela mi rapirono, tanto che mi pentii di non aver mai usufruito fino ad allora di un simile ben di Dio; eppure qualcosa non andava, all’inizio non capivo di cosa si trattasse, ma poi tutto mi fu più chiaro.
Notai infatti che dalla colonna che sosteneva quel dolce focolare cadevano delle gocce, le quali a prima vista, vi giuro non sono pazzo, sembravan lacrime.
Il miracolo della combustione?
Macché, quella struttura di cera soffriva, ne ero sicuro, ma il come e il perché mi apparivano oscuri.
Possibile che la causa fosse quella fiamma?
“No, come può tale grazia, essere causa di siffatta malinconia?” Mi domandai tra me e me, ma con il passare del tempo mi resi conto che l’ipotesi in fin dei conti non era affatto utopistica.
Il calore struggeva quella cera e io fui testimone di uno spettacolo impressionante; dovevo far qualcosa, salvare da quello strazio la poveretta, che nel frattempo continuava senza sosta a versar lacrime sullo scrittoio e non accennava a fermarsi.
L’unica soluzione possibile era spegnere quella fiamma, ma così facendo, il calore e la luce sarebbero svaniti in un lampo, lasciandomi di nuovo al gelido freddo di quella notte e le lacrime di cera sicuramente sarebbero divenute piccoli cubetti di ghiaccio.
L’indecisione stringeva il mio animo in una morsa, poi osservai quella colonna di cera agonizzante, toccai una di quelle lacrime raccogliendo quel malinconico tepore.
Dovevo farlo; riguardai quindi quella candela, genitrice simultanea di calore e tristezza e mi preparai a compiere l’arduo gesto.
Chiusi gli occhi, trattenni il respiro, fissai di nuovo quella splendida fiamma, e poi…

 

 

 

 

Edmond L. Isgrò

Requiem floreale

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Fiori che sbocciano in attesa di qualcuno che li calpesti, armonie di cui nessuno si ricorderà.

Non emettono dolore, soffrono in un delicato silenzio; petali sparsi che non saranno mai d’ispirazione per un qualsivoglia poeta e mai li rivedremo in dipinti o in vecchie foto ingiallite.

Cimitero di sogni mai vissuti, arcobaleni invisibili lasciati a marcire su un terreno umido e silenzioso.

Nessuno si cura di codeste lapidi prive di nomi, ma nello scrutare quelle pupille dorate ho assaporato la loro malinconia, ed è per questo che sento di dover dare loro almeno una piccola emozione.

Non desiderano nulla di mastodontico, figurarsi un poema che esalti i loro variopinti colori, solo qualche parola che dia un senso a quello sfiorire prematuro;

un breve epitaffio che renda merito a questi fiori sfortunati, incompiuti, scomparsi.

A volte un vento burlesco, noncurante del loro dolore, li sballotta da una parte e dall’ altra, e a me sembra di sentire la loro agonia perdersi nell’ osservare in lontananza un fioraio vendere un mazzolin di rose ad un arzillo vecchietto, che si appresta a festeggiar le nozze d’oro con colei che cinquant’anni prima gli rispose con un semplice sì!

Gioie che non vivranno mai, di quei fiori resteranno solo steli spezzati sotto fredde e impassibili suole, lacrime di rugiada di commiato.

Esistenze vane, avrebbero forse preferito esser colti da giovani innamorati?

Veder reciso il proprio legame con la vita per posarsi tra lunghi capelli, accompagnati al contempo da dolci sorrisi e soavi carezze?

Spegnersi in un lungo bacio, sì, avrebbero preferito andarsene così.

 

 

Edmond L. Isgrò

Un saluto notturno

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Un saluto a tutti carissimi.
Vinte le iniziali incertezze, ho deciso come molti altri prima di me di creare un blog, non dove poter dar sfogo alla mia fantasia (quello lo posso fare servendomi di una semplice biro, o grazie ad una pagina di word), ma per condividere quelle piccole nuvole che spinte da un leggero venticello, fan capolino tra i miei pensieri.
Alcune portan pioggia, quindi spero abbiate un ombrello.

Edmond L. Isgrò