Lacrime di una candela

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In una buia e gelida notte invernale, mi trovai per uno sfortunato gioco degli eventi a dover sopportare la mancanza di corrente nel mio appartamento.
Per trovare ristoro a quel freddo pungente e non avendo la volontà di coricarmi, mi apprestai ad accendere una di quelle candele che tenevo a mo’ di reliquie in una vecchia credenza da non so quanti anni.
Fu più difficile trovare i fiammiferi a dire il vero, ma dopo essermi fatto largo tra qualche cianfrusaglia, potei finalmente godere di un po’ di luce misto ad un dolce tepore.
Mi sedetti sul mio sgabello preferito, posai la candela su quello scrittoio, che insieme alla penna e al calamaio furon gli amici più sinceri che ebbi mai e mi concentrai su quella flebile fiamma.
Si contorceva assai quella minuta creatura, ma resisteva egregiamente agli spifferi che ormai avevano fatto salotto nella stanza; ciò mi colpii non poco, io che da sempre vivevo sottoterra come una talpa, sapendo di non reggere bene gli urti che solevan bussare all’uscio di casa mia, non riuscivo a credere che una piccola fiamma potesse possedere tale resistenza.
Lo ammetto, la luce, il calore e la forza di quella candela mi rapirono, tanto che mi pentii di non aver mai usufruito fino ad allora di un simile ben di Dio; eppure qualcosa non andava, all’inizio non capivo di cosa si trattasse, ma poi tutto mi fu più chiaro.
Notai infatti che dalla colonna che sosteneva quel dolce focolare cadevano delle gocce, le quali a prima vista, vi giuro non sono pazzo, sembravan lacrime.
Il miracolo della combustione?
Macché, quella struttura di cera soffriva, ne ero sicuro, ma il come e il perché mi apparivano oscuri.
Possibile che la causa fosse quella fiamma?
“No, come può tale grazia, essere causa di siffatta malinconia?” Mi domandai tra me e me, ma con il passare del tempo mi resi conto che l’ipotesi in fin dei conti non era affatto utopistica.
Il calore struggeva quella cera e io fui testimone di uno spettacolo impressionante; dovevo far qualcosa, salvare da quello strazio la poveretta, che nel frattempo continuava senza sosta a versar lacrime sullo scrittoio e non accennava a fermarsi.
L’unica soluzione possibile era spegnere quella fiamma, ma così facendo, il calore e la luce sarebbero svaniti in un lampo, lasciandomi di nuovo al gelido freddo di quella notte e le lacrime di cera sicuramente sarebbero divenute piccoli cubetti di ghiaccio.
L’indecisione stringeva il mio animo in una morsa, poi osservai quella colonna di cera agonizzante, toccai una di quelle lacrime raccogliendo quel malinconico tepore.
Dovevo farlo; riguardai quindi quella candela, genitrice simultanea di calore e tristezza e mi preparai a compiere l’arduo gesto.
Chiusi gli occhi, trattenni il respiro, fissai di nuovo quella splendida fiamma, e poi…

 

 

 

 

Edmond L. Isgrò

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