Archivio mensile:febbraio 2015

Il disastro del Maracaña

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Correva l’anno 1950, precisamente il 16 Luglio, quando avvennero i fatti di cui vi sto per narrare.
Quel giorno, come gli sportivi amanti del pallone ben ricorderanno, vi era la “finale” del campionato mondiale di calcio, e le due squadre in lizza per la coppa Rimet erano due: Brasile e Uruguay.
La partita era pressoché una finale, ma non ci furono né ottavi, né quarti e tantomeno le semifinali.
Nel 1950 infatti, le vincitrici dei rispettivi gironi (quattro) vennero raggruppate nuovamente in un girone all’italiana, e la squadra che si sarebbe trovata in testa ad esso, avrebbe agguantato la famigerata coppa.
Tutto questo sproloquio per dirvi che quel giorno, il 16/07/1950, il Brasile aveva a disposizione due risultati su tre, ebbene sì, poteva permettersi di pareggiare.
Sottovalutare il proprio avversario è un errore che non bisogna mai commettere, e questa regola vige in qualsiasi campo, ma mai come quella volta, una squadra fu così tartassata e snobbata come quella uruguaiana.
Certo, come poteva il piccolo Uruguay impensierire il grande Brasile, una squadra che aveva liquidato la Svezia 7-1 e la Spagna 6-1; inutile dire che quelle due erano le compagini che affiancavano la Seleção e la Celeste nell’agguerritissimo girone della morte.
Il povero Uruguay era visto come una vittima da sacrificare, un innocuo capretto di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza, ma che sarebbe stato il mezzo con cui i verdeoro avrebbero raggiunto la vetta del mondo.
Il Brasile inoltre, aveva un ulteriore vantaggio, il mondiale lo giocava in casa, e i supporters della Seleção erano nettamente superiori a quelli della Celeste, senza contare i continui titoloni della stampa locale, che dava già come vincitrice la squadra della propria nazione.
Insomma, la vittoria dell’Uruguay era praticamente impossibile, a detta loro, perché in quel mondiale già era accaduto qualcosa che aveva dell’incredibile, ovvero la sconfitta dell’Inghilterra per mano degli Stati Uniti, e se vi sembra possibile adesso che un simile risultato possa maturare, beh, vi invito a rivedere la storia di quella partita, e soprattutto, l’immenso divario tecnico che c’era tra le due squadre.
Insomma, tutto poteva accadere, anche se il tifo, la stampa e i maggiori esponenti della politica locale non erano dello stesso avviso, anzi, forse nemmeno il resto del mondo si sarebbe aspettato un successo dell’Uruguay, eppure una partita termina solo dopo il triplice fischio dell’arbitro, non quando le squadre non sono ancore scese in campo.
Prima dell’inizio del match si respirava un clima surreale, i tifosi brasiliani sugli spalti erano più di centosettantamila, tutti pronti ad incitare la propria squadra, ma soprattutto, per intimorire gli uruguaiani.
Famosa fu la frase di Obdulio Varela, allora capitano dell’Uruguay: “Los de afuera son de palo.” (Quelli là fuori non esistono), che diede ai suoi compagni la forza per resistere alla pressione a cui stavano per andare incontro.
Al fischio d’inizio i brasiliani partirono in quarta, eppure ciò non bastò a violare la porta della Celeste, che arrivò addirittura a prendere un palo; il primo tempo si concluse con il punteggio di 0-0, risultato che avrebbe dato la vittoria al Brasile.
Iniziò il secondo tempo, e le cose si misero subito bene per la Seleção, che dopo due minuti andò in vantaggio con Friaça, e per l’Uruguay i giochi sembrarono oramai finiti, eppure, in certe situazioni, la volontà, il coraggio di crederci, il non voler gettare la spugna, ti permettono di compiere quelle imprese che a prima vista sembrano impossibili; ed è grazie a questo, complice anche l’atteggiamento dei giocatori brasiliani, che l’Olimpica, compì quello che ancora oggi è considerato da tutti un autentico miracolo.
L’Uruguay pareggiò infatti diciannove minuti dopo, al 66′, con Schiaffino e in fin dei conti ai brasiliani quel risultato poteva anche andare bene, ma loro volevano vincere, peccarono di presunzione, tantoché la rete che venne bucata fu la loro, al 79′ da Ghiggia.
Non volò più una mosca, uno stadio ammutolito e un clima surreale accompagnarono il tutto fino al triplice fischio finale, inutile dire che il risultato non cambiò più, e l’Uruguay vinse la coppa del mondo.
Il dopo partita sembrò addirittura una scenetta da film comico, non si suonò nemmeno l’inno nazionale della squadra vincitrice, in quanto mancavano gli spartiti e la premiazione fu rapidissima, senza nessun discorso.
Jules Rimet, allora presidente della FIFA, consegnò la coppa a Valera e se ne andò, il monologo che scrisse per celebrare la vittoria dei brasiliani ovviamente non venne mai letto.
Ciò che ci è rimasto di quel campionato del mondo però, è qualcos’altro, ovvero il grande coraggio di una squadra di calcio che con la forza di volontà e senza cedere alle pressioni esterne riuscì a ribaltare quei pronostici infausti, zittendo la spocchia di una nazione intera; tutto questo, in quel del Maracanazo.
Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay.” – Jules Rimet

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Edmond L. Isgrò

Voci sensibili

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Si nascondono tra la folla, sommerse dagli schiamazzi che dileggiano senza sosta il nostro povero udito.
Voci cristalline e sincere, che vagano in questo mondo alla ricerca di qualcuno in grado di apprezzarle, ma allo stesso tempo, evitano di esporsi ai più, come impaurite da quel qualcosa di indefinito che nemmeno esse sono in grado di comprendere.
Eppure, se ti sforzi, riuscirai ad ascoltarle, e finirai per preferirle a quel rumore assordante che va crescendo senza sosta solo per farsi notare.
Fatti inebriare da quei melodiosi silenzi, o da quei flebili suoni, che non colpiscono e non ci provano nemmeno, ma che ti rassicurano, pronti ad ascoltare.
Son paragonabili a delle dolci brezze primaverili, leggere e perfette; non guastano il nostro umore come l’afa di un giorno di mezza estate, e non pungono, come il freddo invernale di una notte di fine Dicembre.
Tendi loro la mano, ma non provare a trascinarle verso di te, così facendo otterrai solo un loro allontanamento, perché per quanto sperino di essere udite, odiano che qualcuno le forzi; la loro natura rifugge il piedistallo, che forse meriterebbero, ma che inspiegabilmente rifiutano.
Se proprio desideri che siano la dolce musica che armonizza la tua giornata, ti do un consiglio: “Alimenta quelle note con le tue, cercando di accompagnarle, senza soffocarle, ma allo stesso tempo, senza esaltarle.
Sembra difficile lo so, ma è l’unico modo che hai per guadagnarti la loro fiducia, e sarà allora che verranno da te, pronte a sollevarti quando stai giù o a gioire, per la tua felicità.”
E come gli arcobaleni si presentano ai nostri occhi solo al termine di un brutto temporale, così fanno loro, spuntando solo al placarsi di quell’insistente e insostenibile frastuono da mercato rionale.
Se oltre all’udito, acuirai lo sguardo, noterai chi è che crea quelle dolci melodie; sono persone come tutti, ma rivolgono i loro occhi verso il basso, solo perché trovandosi in presenza di un formicaio, si premurano di non arrecare danno a quei laboriosi insetti, e dimmi tu adesso, dove sta, il confine tra la pazzia e la bontà.

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Edmond L. Isgrò

Lampadine fulminate

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Giaci lì, abbandonata da tutti, in quel sacchetto dei rifiuti.
Ricordi nitidamente i giorni in cui illuminavi le serate a quell’allegra famigliola e non riesci adesso ad accettare di essere diventata un oggetto inutile e superfluo.
Eri veramente luminosa, nessun angolo della stanza sfuggiva al tuo sguardo penetrante, ma ora la vista ti si è offuscata e nulla potrà ripristinarla.
Sei stata soppiantata in men che non si dica, senza nemmeno un grazie, sostituita all’istante da un’altra più giovane, mentre tu ti raffreddavi, smettendo di vivere.
Chissà cosa hai provato quando hai notato che la tua luce diveniva pian piano sempre più fioca e mi chiedo come ti sei sentita quando hai capito che non saresti stata più di nessun’ utilità.
Dalle stelle alle stalle, direbbero alcuni, beh è vero, ma in fin dei conti eri al corrente che prima o poi sarebbe successo; forse speravi in un poi, piuttosto che in un prima, eppure sai che la vita è un’ incognita e le disgrazie accadono quando meno te l’aspetti.
Da quel sacchetto riesci a spiare la nuova arrivata, e in cuor tuo sai che lei non ha colpe, anzi, ha lo stesso spirito che possedevi tu quando ti hanno avvitato a quel lampadario molti anni prima.
Sei triste per lei non è vero?
Lei subirà la tua stessa fine, ma ancora non lo sa, è troppo giovane, l’età le darà l’esperienza di cui ora pecca.
Senti provenire dalla stanza i commenti della famiglia che ti ospitava, noti dalle loro parole che sono veramente fieri del loro acquisto, paragonano la nuova arrivata a te, la reputano migliore.
Non batti ciglio, ricordi che in un lontano passato quei dolci complimenti erano rivolti a te, e forse in quello stesso sacchetto dove ti trovi tu in questo momento, c’era il tuo predecessore.
Ciò ti fa onore, come ti fa onore il fatto che in tanti anni di servizio, il tuo unico scopo era risplendere per chi ti aveva permesso di brillare.
Non hai mai chiesto nulla in cambio, e tuttora pensi di aver fatto bene, perché, non sapendo nemmeno il motivo a dire il vero, sentivi di essere tu la debitrice.
E ora lasciati morire, perché indietro non puoi tornare, non è una questione di lottare o meno, sei ai titoli di coda bella mia.
Sappi solo che i tuoi nuovi compagni saranno l’oscurità e la polvere, almeno finché non verrai gettata in un tritarifiuti, e quel che accadrà dopo è inutile che io te lo dica, non ce n’è bisogno.
Vedo la rassegnazione sul vetro opaco che ti avvolge, ma non puoi nascondere quel poco di malinconia e di egoismo sopiti nel tuo cuore; perché dopotutto, morire sentendosi dire: “Grazie, ti abbiamo voluto bene” sarebbe stato alquanto diverso, sarebbe bastato per godere di una fine felice e invece no; un lancio da fare invidia ai migliori giocatori di basket, accompagnato da un sordo tonfo, ha firmato il tuo addio e chissà per quale assurda ragione, pensi addirittura di essertelo meritato.

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Edmond L. Isgrò

Non ti arrendere mai

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Cosa vuol dire arrendersi?
Smettere di sorridere, osservare immobile il lento scorrere degli eventi, non guardarsi allo specchio, svegliarsi da un sogno.
“Non è andata come speravo, ho fallito.”
Ritenta, la prossima volta sicuramente andrà meglio, so che non mollerai, te lo si legge negli occhi.
“Non è andata come speravo, sono un fallito.”
Sì lo sei, e sai perché caro mio?
Te la sei data da solo la tua sentenza, cambiando l’ausiliare non hai fatto altro che condannarti senza possibilità di appello, se ti rende contento te lo dico pure io che sei un fallito e non mi guardare storto per favore, in fondo non sto facendo altro che darti ragione.
Entrambi avete mancato un obiettivo importante, entrambi avete perso qualcosa a cui tenevate immensamente ed entrambi avete passato la notte insonni tentando di non affogare in quel mare di lacrime che vi circondava.
Tutti e due siete usciti sconfitti, però badate bene, perdere non è sinonimo di resa, e uno di voi l’ha capito, l’altro invece credo preferisca solo essere compatito.
E allora spiegami scusa, cosa ti affligge piccolo mio? Perché ritieni che una resa incondizionata sia la scelta migliore?
Come dici?
Ti sei convinto dopo tanti insuccessi di non essere in grado di fare niente e che nulla potrà cambiare la situazione, ma stai scherzando‽
Prima di tutto, sei proprio convinto di aver dato il massimo ogni volta, di aver lottato fino alla fine e di non esserti fermato a metà del percorso?
Sai, a volte è più facile chinare il capo di fronte alle avversità che continuare a perseverare, non tutto va come vorresti e molte volte ti trovi a provare invidia nell’osservare persone che moralmente valgono mezza tacca raggiungere quei risultati che tanto desideri.
Dici di esserne già al corrente, ma se non ti rimbocchi le maniche finirai un giorno per rimpiangere in eterno quei momenti in cui potevi realizzare tutto, ma non hai voluto fare niente; se vuoi te lo dico io cosa ti separa dagli altri, ciò che non ti permette di fare quel salto di qualità a cui tanto ambisci, la mancanza di forza di volontà, non l’animo cattivo, non la prepotenza e nemmeno l’arroganza.
Pensi che sia inutile continuare ad essere gentile, a sorridere e mostrare rispetto verso il prossimo perché ciò non ti ha portato mai a nulla?
Ritieni che la realtà che hai sempre disdegnato abbia avuto la meglio sui tuoi sogni e preferisci adeguarti ad essa?
Caro mio, parliamoci chiaro, nemmeno tu puoi definirti uno stinco di santo, dubito che nella tua vita, le tue azioni non abbiano mai recato danno a qualcuno, ma se hai deciso di combattere tutto questo, di migliorare te stesso, di vivere rispettando la sensibilità altrui, non lasciarti abbattere dal marciume che ti circonda e non amalgamarti ad esso.
Non ne ho mai sentiti di cristalli che vogliono diventare fondi di bottiglia e sinceramente la cosa mi fa ridere; sì, la realtà a volte può essere beffarda, ma questo già lo sai, quindi non ti dico di svegliarti e di affrontarla, come farebbe qualcun altro, ma di continuare a sognare.
D’altronde è vero, il mondo è pieno di masochisti, gli istinti a volte la fanno da padrona, e la gente preferisce soffrire più che ricevere affetto e amore, ma tu che ci vuoi fare, sono problemi loro, tu continua a lottare, non gettare la spugna e soprattutto, sorridi!
Ah dimenticavo, non ti arrendere mai!

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Edmond L. Isgrò

Circolo di frasi mai dette – Sorrisi

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Che sia per gioia, imbarazzo, felicità o semplice cortesia, perdersi nei tuoi occhi iridescenti mi mette allegria.
E sono lì, come due piccole stelle, a far da contorno a quel quarto di luna che dipinge il tuo viso e io son cullato, mi esalto, non ricordo altro; vorrei immortalare quell’immagine non per conservarla e guardarla ogni tanto, ma solo per rivederla sul tuo volto ogni giorno dell’anno.
È Musa per me quella primavera, non la baratterei per nulla al mondo e non ho intenzione di perderla per una nuvola passeggera.
Ahimé, son banalità lo sento, ma non trovo migliori parole per descrivere quel momento; a volte lo vedo rivolto verso il basso, santo cielo, perché non lo condividi ogni tanto?
Non riporlo nel cassetto insieme ai tuoi sogni, non aver timore d’indossarlo con la paura che si rovini o si sgualcisca per la via, è troppo splendido, non privarlo agli altri, ma lascia che illumini la strada a chi ti è di compagnia.
Sai, non è il tuo corpo sinuoso a mandarmi in estasi, che per quanto se ne possa dire, è solamente mero esempio di vanità fugace e con il passar del tempo scema; il tuo sorriso, invece mi dà le voluttà che cerco, esso è duraturo, alimenta e affolla i miei sogni; è la tua felicità, cara mia, ad essere la vera poesia.
Elargisci a chi vuoi quel sonetto, poco importa che sia rivolto a me o a qualcun altro, basta sapermi sicuro di ascoltarlo, seppur di lato o al massimo da lontano…
Lascia che esso sia lo specchio del tuo animo sensibile e immenso, che nascondi gelosamente al tuo interno, e forse chissà, anche con un po’ di spavento; non forzarlo però, mi raccomando, quale valore puoi dare ad un quadro se scopri che si tratta di un falso?
Vorrei vederti sempre allegra, gioiosa e solare, ma perdona il mio egoismo (lo ammetto, un po’ me ne vergogno), se son più felice anche io, quando quel sorriso a regalartelo son io.

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Edmond L. Isgrò

Un pedone

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Chi si cimenta nel gioco degli scacchi, conosce bene l’ importanza vitale di questo pezzo, tanto che un buon giocatore ci pensa due volte prima di sacrificarne uno inutilmente.
Fatto sta che per coloro i quali si avvicinano agli scacchi la prima volta, il pedone può sembrare solo d’ intralcio, messo lì a far da muro per proteggere pezzi di maggiore rilievo.
Si rimane ben più affascinati dai cavalli, che galoppano di casella in casella con il loro movimento frenetico, dall’alfiere campochiaro e da quello camposcuro, che tracciano quelle diagonali neanche fossero dei jet militari, per non parlare delle torri, che percorrono quelle autostrade orizzontali e verticali come due monoposto da corsa.
Abbiamo infine la regina, che racchiude in sé la potenza delle torri e degli alfieri: ha un controllo su tutta la mappa e può essere una vera spina nel fianco per chi malauguratamente si trova a doverne fronteggiare una.
Il re quindi dispone di un gran numero di alleati per potersi difendere adeguatamente, cosa se ne fa di un povero e piccolo pedone, che oltre a muoversi con un’ innaturale lentezza, non può fare altro che subire gli attacchi da nemici ben più forti di lui?
Eppure il pedone non arretra, è infatti l’unico pezzo della scacchiera che non può indietreggiare, prosegue per la sua strada di casella in casella senza guardarsi mai alle spalle, affrontando senza paura i pericolosi carri armati dell’esercito avversario.
A prima vista, la vita di questo pezzo sembrebbe appesa ad un filo, ma il pedone, sognatore di nascita, persegue lentamente la sua via, verso l’insperata promozione.
Esiste infatti una regola nel gioco degli scacchi tradizionali che dà al pedone la possibilità di dire la sua, ma per farlo deve necessariamente raggiungere l’ottava traversa opposta, dove praticamente stanziano gli avversari, neri o bianchi che siano, ad inizio partita.
E lui non si tira indietro, avanza, passo dopo passo, casella dopo casella, con il solo scopo di raggiungere la sua meta.
Certo, il percorso è impervio e non privo di ostacoli, ogni turno rischia di scomparire dimenticato in una nuvola di fumo, ma lui non se ne fa un cruccio, deve realizzare il suo sogno.
Mi sembra quasi di vederlo, lì tutto teso, compiere l’ultimo passo che lo divide dall’ottava traversa, per poi staccare il traguardo e guardarsi indietro, con gli occhi di una regina; ed eccolo ora finalmente, quel pezzo tanto sottovalutato, con il corpo da regina, ma con il cuore di un pedone, pronto a tornare indietro e sacrificarsi ancora, così come in passato, per il bene del suo re.

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Edmond L. Isgrò

Amori immaginari

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Ti prego, ritorna solo per un’ultima volta amore mio, perché solo il tuo sorriso e la tua voce riescono a strappare attimi di allegria a questo volto stanco e abbattuto; ricordo ancora quando mi sussurrasti dolcemente all’orecchio che non mi avresti mai lasciato e che mi avresti sempre protetto.
Eppure mi hai abbandonato, e ne soffro terribilmente, soprattutto se ripenso a come ci siamo conosciuti: ti sei posata davanti ai miei occhi come una foglia delicata mossa dal vento, mi chiedesti delle informazioni e per pura casualità ci trovammo a percorrere la stessa strada.
Segno del destino, non lo so, ricordo solo che quel giorno camminammo a lungo, parlammo tanto, e capimmo all’unisono che in fin dei conti ci conoscevamo già da una vita; due linee parallele che decisero di stravolgere quelle stupide regole di geometria.
Il giorno dopo passeggiavamo già sottobraccio, t’invitai a prendere qualcosa al bar e accettasti di buon grado, anche se poi fui costretto a mangiare per due. Ah, i tuoi stupidi problemi con la linea, quante volte ti prendevo in giro per questo, facevi la finta offesa, ma finivi sempre per ridere alle mie battute, ed ogni volta che riuscivo a strapparti un sorriso mi sentivo come uno stanco maratoneta, che soddisfatto taglia il traguardo sapendo di aver appena vinto una competizione importante. La tua esile, ma forte figura è stata un toccasana per me, io che fino ad allora non pensavo di essere degno di cotanta fortuna decisi quindi di condividere la mia gioia con tutti, non volevi, dicevi di non essere pronta e forse è stato questo il mio unico errore, non darti ascolto e fare di testa mia. Inspiegabilmente nessuno ti accettò e ancora non riesco a capirne il motivo, presentarti i miei amici fu una tragedia, ci risero in faccia, poi insinuarono strane cose a cui non volli dare ascolto, e tu di risposta ti chiudesti a riccio imbarazzata, senza proferire parola. Nemmeno i miei familiari ti trattarono bene, ogni volta che t’invitavo a cena, mia madre si riufatava di cucinare anche per te, mio padre m’intimava di smettere con queste sciocchezze, non li riconoscevo più; avrebbero dovuto essere felici per me, o meglio per noi, invece, oltre ad essere contrariati, per loro era come se tu non esistessi, non me ne capacito tuttora, so solo che fecero di tutto per ostacolare la nostra relazione e mi allontanarono da te.
Dicevano di farlo per il mio bene e che loro erano costretti a comportarsi così, ero distrutto, ma proprio quando le mie speranze di rivederti si erano ridotte al minimo, fu allora che ti vidi comparire dinanzi ai miei occhi, ma il sentirti dire in quel momento di assoluta estasi che forse era meglio troncare ogni rapporto, perché la mia infelicità era dovuta alla tua presenza, mi fece sprofondare in un abisso peggiore di quello in cui già mi trovavo.
Sparisti all’istante, non ebbi il tempo di dire nulla, mai piansi così tanto in vita mia, ancora t’invoco, ancora spero di riassaporare quell’affetto che tanto mi manca e che tanto vorrei darti;
mi hanno sempre insegnato a rispettare la vita e di non buttare al vento questa fortuna, ma mi rendo conto che oramai solo la morte può mettere la parola fine alle mie sofferenze.

«Gli antipsicotici stanno avendo effetto signora, da domani il ragazzo inizierà le sedute con lo psichiatra, non si preoccupi, verrà monitorato in ogni suo spostamento.»
«La supplico, ci dica qualcosa di più, quante speranze ci sono che mio figlio torni ad essere quello di un tempo, io, mio marito e tutti gli altri non riusciamo a sopportare questa disgrazia, dovevamo agire prima, non ci siamo subito resi conto di quanto fosse grave la situazione.»
«Le condizioni del giovane non sono delle migliori, ma la prego si asciughi quelle lacrime, non si dia colpe ingiustificate, non è detto che il ragazzo un giorno non possa vivere una vita normale, è troppo presto per me darle indicazioni precise, quel che potete fare come genitori è stare vicino a vostro figlio e dargli tutto il supporto che merita, questo è un momento difficile anche per lui, non dovete perdere la speranza.»

Edmond L. Isgrò