Fotografie sbiadite

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Da piccolo mi hanno sempre affascinato le clessidre, ora quando vedo quella sabbia fine scorrere inesorabile provo un senso di vuoto e di rassegnazione.
Lo ammetto, sono una persona alquanto nostalgica e l’infanzia persa ha il sapore di una lontana storia d’amore di cui oramai rimangono solo mucchietti di cenere sparsi qua e là.
Mi sembra già di sentire uno di voi esclamare «È la vita caro mio!» «Anche l’adolescenza e l’età adulta hanno pregi non indifferenti.» direbbe poi il secondo seguendo la scia del primo.
Ebbene signori, m’inchino nell’ascoltare le vostre perle di saggezza, in quanto nulla posso dire per confutare queste argute affermazioni. Fatto sta che io saggio non sono e non riesco proprio a spostare in terza serata codesti negativi che passano periodicamente in rassegna davanti ai miei occhi. Sarà che ho ancora nostalgia di quando mio padre mi portava alle giostre, scendevo dalla sua auto e in quel momento nessuno avrebbe potuto distruggere quelle due ore di felicità;non ricordo quando smise di accompagnarmi, come non ricordo nemmeno quando fu l’ultima volta che uscimmo per tirare quattro calci ad un vecchio e logoro pallone, era divertente vi giuro.
Erano belle pure quelle giornate estive, non sapendo nuotare quei braccioli erano le mie ancore di salvezza, mi piaceva assai cavalcare quelle onde, e più divenivano grandi, più mi divertivo. I castelli di sabbia non mi uscivano mai bene, si sgretolevano in meno di un secondo, non mi andava a genio nemmeno l’insalata di riso che preparava mia madre, ma assaporavo con avidità la gioia di quei momenti.
Ho l’immagine indelebile di quando una sera mi trovavo dai nonni ed ero rinchiuso in quella prigione detta volgarmente seggiolone, mia nonna tentava in ogni modo di farmi mangiare quel piatto di pasta all’uovo, fu molto paziente e alla fine ricordo che la finii, poi purtroppo vomitai.
A Carnevale ogni anno con lo stesso costume (quello di Zorro) e se non sbaglio mi dava fastidio vedere i miei coetanei di allora sempre con un abito diverso, provavo molta invidia, adesso non so cosa darei per poter reindossare quel vestitino polveroso, ma credo che anche volendo non mi entrerebbe, poi guardare i carri passare era fantastico; stringevo la mano di mio nonno e mi prendeva in braccio perchè ero veramente minuscolo, non avevo paura dell’altezza, oddio, forse un po’ sì, ma mi sentivo protetto.
Le serate in famiglia erano divertenti, soprattutto quando mia zia cacciava dal cilindro la tombola e le carte napoletane, avevo di una fortuna sfacciata e vincevo quasi sempre, ma ero troppo giovane per godermi i soldi di quelle vincite, beh, sempre meglio di sperperare denari in pacchetti di sigarette come adesso e penso che i miei polmoni possano confermarlo.
Un’ altra cosa che mi affascinava molto era guardare mio nonno mentre rilegava vecchi libri ingialliti e m’incuriosivo ogni qualvolta lo vedevo concentrato nello scrivere saggi di filosofia, materia per me allora sconosciuta, e potrei dilungarmi per molto, ma è meglio chiuderla qui e passare ad altro. Tornando infatti al discorso iniziale, (le clessidre, per intenderci) invidio particolarmente quel senso di staticità che provavo allora, non avevo una grande percezione del tempo che lentamente avanzava ed ero prettamente convinto che nulla sarebbe mai cambiato, beata ingenuità fanciullesca.
Ora nel passeggiare in solitaria per le vie cittadine, i miei occhi cadono immancabilmente sui me del passato, li vedo in compagnia dei loro genitori e provo una profonda malinconia, vengo quindi travolto da una miriade di emozioni e non nego che i miei occhi in quegli istanti diventano stranamente lucidi. A volte invece mi capita di vedere in loro compagnia persone particolarmente anziane, con tante rughe e tante storie da raccontare, affannati cercano di tenere il passo di quelle rapide bestiole che ingenue e spensierate si godono quei momenti di pura felicità. Sorrido tristemente, vorrei dire loro di assaporare appieno quegli attimi, di non buttare al vento il calore di quelle mani invecchiate dal tempo, poi mi trattengo, sospiro, e passo oltre, come del resto ho sempre fatto.

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Edmond L. Isgrò

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