Amori immaginari

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Ti prego, ritorna solo per un’ultima volta amore mio, perché solo il tuo sorriso e la tua voce riescono a strappare attimi di allegria a questo volto stanco e abbattuto; ricordo ancora quando mi sussurrasti dolcemente all’orecchio che non mi avresti mai lasciato e che mi avresti sempre protetto.
Eppure mi hai abbandonato, e ne soffro terribilmente, soprattutto se ripenso a come ci siamo conosciuti: ti sei posata davanti ai miei occhi come una foglia delicata mossa dal vento, mi chiedesti delle informazioni e per pura casualità ci trovammo a percorrere la stessa strada.
Segno del destino, non lo so, ricordo solo che quel giorno camminammo a lungo, parlammo tanto, e capimmo all’unisono che in fin dei conti ci conoscevamo già da una vita; due linee parallele che decisero di stravolgere quelle stupide regole di geometria.
Il giorno dopo passeggiavamo già sottobraccio, t’invitai a prendere qualcosa al bar e accettasti di buon grado, anche se poi fui costretto a mangiare per due. Ah, i tuoi stupidi problemi con la linea, quante volte ti prendevo in giro per questo, facevi la finta offesa, ma finivi sempre per ridere alle mie battute, ed ogni volta che riuscivo a strapparti un sorriso mi sentivo come uno stanco maratoneta, che soddisfatto taglia il traguardo sapendo di aver appena vinto una competizione importante. La tua esile, ma forte figura è stata un toccasana per me, io che fino ad allora non pensavo di essere degno di cotanta fortuna decisi quindi di condividere la mia gioia con tutti, non volevi, dicevi di non essere pronta e forse è stato questo il mio unico errore, non darti ascolto e fare di testa mia. Inspiegabilmente nessuno ti accettò e ancora non riesco a capirne il motivo, presentarti i miei amici fu una tragedia, ci risero in faccia, poi insinuarono strane cose a cui non volli dare ascolto, e tu di risposta ti chiudesti a riccio imbarazzata, senza proferire parola. Nemmeno i miei familiari ti trattarono bene, ogni volta che t’invitavo a cena, mia madre si riufatava di cucinare anche per te, mio padre m’intimava di smettere con queste sciocchezze, non li riconoscevo più; avrebbero dovuto essere felici per me, o meglio per noi, invece, oltre ad essere contrariati, per loro era come se tu non esistessi, non me ne capacito tuttora, so solo che fecero di tutto per ostacolare la nostra relazione e mi allontanarono da te.
Dicevano di farlo per il mio bene e che loro erano costretti a comportarsi così, ero distrutto, ma proprio quando le mie speranze di rivederti si erano ridotte al minimo, fu allora che ti vidi comparire dinanzi ai miei occhi, ma il sentirti dire in quel momento di assoluta estasi che forse era meglio troncare ogni rapporto, perché la mia infelicità era dovuta alla tua presenza, mi fece sprofondare in un abisso peggiore di quello in cui già mi trovavo.
Sparisti all’istante, non ebbi il tempo di dire nulla, mai piansi così tanto in vita mia, ancora t’invoco, ancora spero di riassaporare quell’affetto che tanto mi manca e che tanto vorrei darti;
mi hanno sempre insegnato a rispettare la vita e di non buttare al vento questa fortuna, ma mi rendo conto che oramai solo la morte può mettere la parola fine alle mie sofferenze.

«Gli antipsicotici stanno avendo effetto signora, da domani il ragazzo inizierà le sedute con lo psichiatra, non si preoccupi, verrà monitorato in ogni suo spostamento.»
«La supplico, ci dica qualcosa di più, quante speranze ci sono che mio figlio torni ad essere quello di un tempo, io, mio marito e tutti gli altri non riusciamo a sopportare questa disgrazia, dovevamo agire prima, non ci siamo subito resi conto di quanto fosse grave la situazione.»
«Le condizioni del giovane non sono delle migliori, ma la prego si asciughi quelle lacrime, non si dia colpe ingiustificate, non è detto che il ragazzo un giorno non possa vivere una vita normale, è troppo presto per me darle indicazioni precise, quel che potete fare come genitori è stare vicino a vostro figlio e dargli tutto il supporto che merita, questo è un momento difficile anche per lui, non dovete perdere la speranza.»

Edmond L. Isgrò

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