Archivio mensile:marzo 2015

Errori grammaticali

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Scrivere mi ha sempre permesso di elevarmi a qualcosa di più di un semplice e insignificante essere umano.
Posso dire che nei momenti in cui le parole fuoriescono dalla mia mente per accasarsi su di un semplice foglio di carta o in una cartella del mio portatile, mi sento come se fossi un Dio qualsiasi che si diverte a creare e a modificare l’ambiente circostante.
In queste frasi scorre infatti un soffio vitale, in esse ci sono le mie emozioni, i miei ricordi e i miei assurdi vaneggiamenti.
Insomma, in queste parole ci metto del sentimento, non si tratta quindi solo di lettere vuote scritte solo per cercare di combattere la noia dei momenti in cui non sono coinvolto dal mondo esterno; sì lo riconosco, mi sento onnipotente in questi attimi, e dopo aver terminato il componimento, rileggo il tutto con attenzione, controllo con sguardo minuzioso ogni singolo verso cercando di rimuovere gli errori dovuti ad uno stile imperfetto.
Riesco quindi a dare al contenuto la forma che merita, gli errori pian piano diminuiscono, ma io non contento continuo a rileggere, ne trovo altri lo ammetto e io ne godo come se mi fosse capitata tra le mani una fortuna inaspettata.
Non sono più errori gravi, bensì solo lievi imperfezioni che mi sbrigo a rimuovere con rapidità, so bene che così facendo la prossima volta eviterò di rifarli, perché a migliorare non è solo la qualità del testo, ma anche la mia abilità nel dare la vita a questi pensieri.
Sinceramente vorrei fare lo stesso anche nella vita di tutti giorni, rileggere ogni attimo della mia vita e cambiare con un semplice tocco di penna i punti in cui essa presenta errori di forma.
Lo so che non lo posso fare, non guardatemi con quegli occhi compassionevoli, ma sicuramente converrete con me che nel riesaminare le pagine del proprio passato sia possibile fare tesoro della grammatica imperfetta di un tempo, per poi evitare di ricreare gli stessi strafalcioni nelle pagine a venire.
Ovviamente non saranno perfette, qualche imperfezione qua e là ci sarà sempre, ma passo dopo passo gli errori svaniranno completamente, lasciandoti soddisfatto a contemplare quel risultato tanto sperato e forse pure un po’ inatteso.
Ed è come quando a scuola ti capita per la prima volta di prendere dieci ad un compito, e tu stai lì incredulo e ripensi a quanto hai sudato per raggiungere quel risultato, l’unica differenza che qui non si tratta di un semplice tema d’italiano, ma di tutta la tua vita.

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Edmond L. Isgrò

Lettera per Cyrano

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Dimmi Cyrano, dimmi come fai, a soffrir d’amore e a non mollare mai.
Tu, grande uomo di spirito indomito, che sberleffi i tuoi avversari con rime e tocchi sopraffini, affronti senza paura ingiustizie e falsità, sei per me una guida, un maestro, un esempio di rara umanità.
E sei riuscito dopotutto, a reprimere il tuo forte sentimento, soffrendo in un silenzio interrotto solo da quelle lacrime che accompagnavan l’inchiostro delle tue lettere piene di sentimento.
Oh, come hai fatto a tacer davanti a Rossana, quando ella di Cristiano ti parlava, come hai fatto mi chiedo io, a dare a lui quel che a egli mancava; e se come dici tu: “[…]Mentre restavo in basso ad inventare gloria, erano altri a cogliere il bacio della vittoria.[…]” Come sei riuscito, a non morir di crepacuore, nel veder che per te non rimanevan nemmeno le briciole di quella passione.
Dei sogni di lei ti sei fatto carico e per amor suo, felicità le hai regalato, pure di Cristiano amico sei diventato, ma a te un po’ ci hai mai pensato?
Hai scacciato l’egoismo dal tuo cuore, lasciando alle lacrime l’unico sfogo per la tua situazione; ah, meglio affrontar cento uomini, che combatter quella gelosia di cui tu stesso eri il motore.
Situazione tragicomica davvero, alcuni afferman che di Cristiano hai visto il surrogato, balle a parer mio, perché quei tuoi pianti ben altro hanno raccontato.
Eroe romantico per eccellenza, indicami la strada per raggiungere almeno metà della tua grandezza, io che se dovessi viver un amor non corrisposto, mai riuscirei a fingere un sorriso e a mascherar quella tristezza di fronte alla “Rossana” mia, certo, sicuramente ci proverei, ma ovviamente dopo due lune cadrei.
Tu che invece non hai mai macchiato la purezza del tuo pennacchio, ti prego leggi ciò che sto scrivendo in questa ignobile prosa, la quale non vale nemmeno un quarto di un tuo singolo verso, e insegnami ti prego, a morire, rifiutando pure nell’ultimo instante il bacio da colei che finalmente il cor sei riuscito a ghermire.
E tu che a Cristiano hai dato dolci parole con cui cullarsi al momento dell’addio, come sei riuscito a non dire in quattordici anni a Rossana: “Amore mio.”?
Io ti stimo, t’invidio e allo stesso tempo ti compiango, perché un uomo come te, miglior sorte dalla vita avrebbe meritato, e quante volte con rammarico rimembro: “Ah quante similitudini con la realtà, in questa commedia io sento.”
Anche se non so cosa darei ad esser sincero, per poter gridare in punto di morte a gran voce e in modo fiero:

“Filosofo, naturalista, maestro d’armi e rime,
musicista, viaggiatore ascensionista,
istrione, ma non ebbe claque,
amante anche: senza conquista.
Qui giace Ercole Savignano Cyrano De Bergerac, che in vita fu tutto e lo fu invano.

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Edmond L. Isgrò

Versi insistenti

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Si posan come gabbiani sugli scogli questi pensieri nella mia mente e io ascolto il loro vociare con fastidio e irritazione.Non me ne libero, ci provo, ma loro mi seguono ovunque io vada, e non potendo fare altro che scappare, cerco una via d’uscita.
Spaurito imbocco una strada oscura, mille facce mi scrutano dai balconi di queste vecchie palazzine, bisbigliano tra di loro a mezza voce, giudicano, conoscono il mio nome, eppure io non so chi siano.
Esco da quel vicolo, non c’è nessuno, riappaiono quei maledetti uccellacci, sono aumentati e non ne capisco il motivo.
La mia testa potrebbe scoppiare, mi tappo le orecchie, ma ciò non basta, mi sembra di risentire quei bisbigli, eppure non vedo nessuno.
Devo raggiungere casa al più presto, non vi è altra salvezza a questa tortura; vedo avvicinarsi le mura amiche, sorrido, presto tutto questo finirà, giro frettolosamente le chiavi nella serratura, sbatto con violenza la porta, aggancio il chiavistello, dopodiché mi lascio scivolare sul pavimento e dalla mia bocca fuoriesce un lento sospiro.
È finita, lo credevo lo ammetto, invece non mi sento tranquillo, i volti di quei ritratti che mia madre fece appendere anni orsono mi guardano con quegli occhietti inquisitori.
Sono agitato e incomincio a sudare, le mie mani tremano più del solito, decido quindi di avviarmi nella mia stanza, una veloce dormita e tutto si sistemerà.
Vado per chiudere le tapparelle e nel compiere l’atto mi accorgo che al di fuori vi sono un centinaio di gabbiani; li sento starnazzare, vogliono entrare, alcuni già si adoperano a rompere quella vetrata, unica cosa che mi separa da loro.
Cado a terra, a carponi tento di allontanarmi, sento un rumore assordante, il vetro si è rotto, urla soffocate, non riesco a parlare, vorrei alzarmi ed incominciare a correre a più non posso, mi mancan le forze, spero che tutto questo finisca in fretta.
Sono circondato, mi aspetto un attacco, non arriva, intonano in coro il loro fastidioso verso, cerco di scacciarli, ma loro continuano imperterriti quella sottospecie di serenata. Si divertono a vedermi così, non hanno pietà queste bestie demoniache e più mi agito più loro s’impegnano a spaccare i miei timpani. Vorrei morire, non trattengo le lacrime, incomincio a pregare, nessuna risposta da parte loro, vogliono che io mi arrenda, che mi abbandoni e che mi lasci affogare.
<<No, non posso dargliela vinta.>> penso tra me e me, raccolgo le ultime energie e mi catapulto al di là della vetrata, mi lancio nel vuoto, loro mi seguono, io rido, ho vinto.
Due giorni dopo nelle vie cittadine si sente intonare una processione, mille Pierrot in fila indiana e a testa bassa seguon quel dannato carro funebre. Falsi, perché non si degnano a far come Meneghino, levandosi quella dannata maschera dal loro sporco viso; intanto un centinaio di gabbiani si posan sul tetto di una chiesa, non si sente volare una mosca, solo campane a lutto.

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Edmond L. Isgrò