Versi insistenti

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Si posan come gabbiani sugli scogli questi pensieri nella mia mente e io ascolto il loro vociare con fastidio e irritazione.Non me ne libero, ci provo, ma loro mi seguono ovunque io vada, e non potendo fare altro che scappare, cerco una via d’uscita.
Spaurito imbocco una strada oscura, mille facce mi scrutano dai balconi di queste vecchie palazzine, bisbigliano tra di loro a mezza voce, giudicano, conoscono il mio nome, eppure io non so chi siano.
Esco da quel vicolo, non c’è nessuno, riappaiono quei maledetti uccellacci, sono aumentati e non ne capisco il motivo.
La mia testa potrebbe scoppiare, mi tappo le orecchie, ma ciò non basta, mi sembra di risentire quei bisbigli, eppure non vedo nessuno.
Devo raggiungere casa al più presto, non vi è altra salvezza a questa tortura; vedo avvicinarsi le mura amiche, sorrido, presto tutto questo finirà, giro frettolosamente le chiavi nella serratura, sbatto con violenza la porta, aggancio il chiavistello, dopodiché mi lascio scivolare sul pavimento e dalla mia bocca fuoriesce un lento sospiro.
È finita, lo credevo lo ammetto, invece non mi sento tranquillo, i volti di quei ritratti che mia madre fece appendere anni orsono mi guardano con quegli occhietti inquisitori.
Sono agitato e incomincio a sudare, le mie mani tremano più del solito, decido quindi di avviarmi nella mia stanza, una veloce dormita e tutto si sistemerà.
Vado per chiudere le tapparelle e nel compiere l’atto mi accorgo che al di fuori vi sono un centinaio di gabbiani; li sento starnazzare, vogliono entrare, alcuni già si adoperano a rompere quella vetrata, unica cosa che mi separa da loro.
Cado a terra, a carponi tento di allontanarmi, sento un rumore assordante, il vetro si è rotto, urla soffocate, non riesco a parlare, vorrei alzarmi ed incominciare a correre a più non posso, mi mancan le forze, spero che tutto questo finisca in fretta.
Sono circondato, mi aspetto un attacco, non arriva, intonano in coro il loro fastidioso verso, cerco di scacciarli, ma loro continuano imperterriti quella sottospecie di serenata. Si divertono a vedermi così, non hanno pietà queste bestie demoniache e più mi agito più loro s’impegnano a spaccare i miei timpani. Vorrei morire, non trattengo le lacrime, incomincio a pregare, nessuna risposta da parte loro, vogliono che io mi arrenda, che mi abbandoni e che mi lasci affogare.
<<No, non posso dargliela vinta.>> penso tra me e me, raccolgo le ultime energie e mi catapulto al di là della vetrata, mi lancio nel vuoto, loro mi seguono, io rido, ho vinto.
Due giorni dopo nelle vie cittadine si sente intonare una processione, mille Pierrot in fila indiana e a testa bassa seguon quel dannato carro funebre. Falsi, perché non si degnano a far come Meneghino, levandosi quella dannata maschera dal loro sporco viso; intanto un centinaio di gabbiani si posan sul tetto di una chiesa, non si sente volare una mosca, solo campane a lutto.

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Edmond L. Isgrò

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