Archivio mensile:aprile 2015

Post fata resurgo

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Ti libri alta nel cielo, coperta da nuvole che nascondono quel piumaggio dai colori della luce, e solo al sole lasci ascoltare il tuo melodioso canto.
Sciolta da qualsiasi vincolo volteggi nel firmamento e mentre noi siam costretti a terra da catene troppo resistenti per essere spezzate, tu oltrepassi l’arcobaleno in piena libertà.
Spero tu possa perdonare a noi uomini il grande desiderio di vederti, perché ben capisco la tua forte timidezza, ma scommetto che sei ben conscia della nostra infantilità: desideriamo solo ciò che ci è irraggiungibile o che ci è distante.
Chissà poi se ti sono note le leggende che ritraggono o cercano di descrivere il tuo stile di vita, che un po’ tutti, me compreso, invidiamo; ecco perché sei tanto ricercata, il nostro egoismo non può accettare che vi sia un essere capace di abbandonarsi al sogno come fai tu, così meschinamente bramiamo di strappare le tue ali alla libertà e di rinchiuderle nella nostra gabbia intrisa di realtà.
Per questo motivo mi guardo bene dal chiamarti, infatti non faresti mai capolino tra le nuvole per me, e come darti torto, ma spero che ti arrivi lo stesso la preghiera, che arde nel mio cuore come il fuoco con cui sei solita giocare.
Io, sognatore per scelta e di certo non per moda o per condizione, dibatto queste fragili ali, cercando di rompere con la sola forza di volontà le robuste inferriate che mi opprimono, ma rimedio solamente ferite, le quali dilaniano la pelle, ma bruciano nel mio cuore.
Che il tuo canto possa commuovere il sole, che la tua voce possa far sì che quei raggi sciolgano queste sbarre fredde e senza vita, che l’arcobaleno sia la chiave capace di spezzare le catene che mi legano alla fredda realtà.
Vorrei volare, non per vederti, non per raggiungerti, ma solo per per perseguire quel sogno che all’ alba si chiama vita e al tramonto ha il sapore di libertà.
Mi piacerebbe tanto vivere senza preoccupazioni, appollaiarmi con calma e aspettare con fierezza la morte, per poi rinascere di nuovo, proprio tra quelle fiamme che fino a poco prima erano state la causa della fine.
Divenire me medesimo un sogno, che come te si rialza nuovamente in volo, in una spirale infinita, e chissà che nel percorrerla le mie ali non trovino anch’esse la forza brillare.

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Edmond L. Isgrò

Preghiera notturna

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Oh Ὕπνος, a te che è concesso di placare lo spirito di noi poveri mortali, ascolta la mia preghiera e stendi su di me il tuo influsso, cosicché mi abbandoni pure io ai piaceri che solo la tua mano sa offrire. Tu che del sonno sei il sovrano indiscusso, non so se sai quanto è la profonda la gratitudine che io, come molti altri proviamo nei tuoi confronti. Quella quiete, che con filantropia dispensi senza eccezione alcuna a tutti noi, non solo ristora mente e corpo, dandoci al mattino la forza di guardare il nuovo sole, ma ci permette, almeno per qualche ora, di sfuggire a tutte quelle pressioni che il viver ci procura. Ed è proprio per questo motivo che io ora t’invoco, supplicandoti di concedere pure a me qualche ora di nulla; di lasciarmi incontrare le figure oniriche che tuo figlio, eccellente e fantasioso pittore, crea con disinvoltura, ma soprattutto di trovare un piccolo cantuccio, per potermi riparare dal nubifragio che in questo preciso istante, si abbatte senza sosta sulla mia mente, penetrando nel mio spirito. Eppure il tuo tocco miracoloso tarda ad arrivare e non riesco a capirne il motivo; sarà per colpa di quei sibili, che senza sosta colpiscono il mio udito e fanno da spartito ai miei sospiri, o sei tu, che ti diverti a vedermi soffocare in questo oceano colmo d’angoscia? Ordunque te ne prego, non rimanere sordo al mio lamento e fa’ sì che anche io possa godere del buio che ristora e lenisce ogni timore; non privarmi di quel dolce oblio di cui tu sei il creatore. Il ticchettio del tempo accompagna questa notte insonne e io non lo vorrei ascoltare. null Edmond L. Isgrò

Nella casa degli specchi

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Mi capita spesso di girare a zonzo per la città, con lo scopo di rilassarmi e al contempo alimentare con nuovi dubbi i miei innumerevoli grattacapi.
Solitamente, nel compiere queste passeggiate, cerco volutamente di rifuggire qualsiasi contatto con chiunque: conoscenti e parenti compresi.
Quel giorno però, accadde qualcosa di diverso, fui attratto dalle luci e dai rumori di un vecchio luna park, dove bazzicavo quando ero ancora un fanciullo, e forse un po’ per nostalgia dei tempi andati, un po’ per ripescare quelle foto polverose, dimenticate in una di quelle vecchie credenze che mi porto dentro, decisi di varcare quella soglia.
Non voglio tediarvi, quindi non vi narrerò di cosa ho provato nell’osservare la gioia e la spensieratezza che si respirava in quel luogo, perciò mi limiterò a raccontarvi di ciò che la mia mente malata ha provato recandosi nella casa degli specchi.
Non ci furono incidenti, né eventi di natura paranormale, erano i miei tanti riflessi a darmi sui nervi.
Ovunque mi girassi, ovunque posassi il mio sguardo, ero costretto a trovarmi sbattuta di prepotenza la mia persona; per carità, non disprezzo assolutamente il mio fisico, trovo assurde quelle centinaia di regole estetiche, tra cui volendone citare due in particolare: la prosperità del seno, e i centimetri che compongono la nostra statura.
Il problema principale era dovuto al fatto che quei riflessi non erano reali, storpiavano la mia vera immagine e ovunque andassi non potevo fare altro che guardare con sommo disgusto un me che non era me.
Una cosa però mi sconvolgeva, per quanto diverse, in quelle immagini contaminate era presente qualcosa di mio; ad essere sinceri, ancora non riesco a capire il nesso che condividevano quelle brutte copie di me, o per meglio dire, con me.
Io ero loro, e loro erano me e per quanto fossero strane o minute, diverse dall’immagine reale in carne ed ossa, avevano anche esse qualcosa di vero, di mio.
Tornai a casa e fortunatamente non c’era nessuno, potevo essere me stesso in quel momento; andai in bagno per lavarmi il viso e ovviamente mi guardai allo specchio.
Osservai il mio viso pulito, i lineamenti e la conformazione non erano corrotti da chissà cosa, eppure, non so ancora per quale motivo, un sibilo fuoriscì dalle mie labbra: “Chi sono io?”

Nessuna risposta….

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Edmond L. Isgrò

Ultimi istanti di una stella cadente

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La mia esistenza è destinata a finire in maniera sublime e tragica, ma non voglio che di me non rimanga nemmeno un piccolo stralcio dei miei ultimi istanti di vita ed è per questo che mi appresto a scriverti questa lettera, sperando tu abbia tempo per leggerla.

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Oh mia Terra! Io che fino a poco tempo fa ero solo uno tra i tanti meteoriti che vagavano sperduti in questo vasto universo, mai avrei pensato di sentire dentro di me questa forte energia che ora arde, divampa e mi consuma senza via di scampo alcuna.
Un destino beffardo volle affibbiarmi il falso nome di stella, quanta crudeltà; io che a dire il vero poco ho da spartire con gli astri che circondano e illuminano le tue notti cullando il lento girovagare della tua figura.
Mi avvicino, eccome se mi avvicino, ma a malincuore noto che la lontananza che ci separa rimane immutata, non ti curi della mia presenza?
Che domanda inutile, è ovvio che non te ne curi, e perché dovresti, in fin dei conti la mia vicinanza non ti ha recato nessun giovamento. Guardo mestamente il sole, che con la sua luce e il suo calore ti rende così piena di vita, e tu volgi a lui lo sguardo lasciandoti inebriare da cotanto splendore; mi sembra addirittura di sentire la felicità che emani di risposta a quel calore.
Son contrastanti le sensazioni che provo in questo momento ed è poco il tempo che mi resta, ma non ti preoccupare, ben presto smetterò di tediarti con questi discorsi, permettimi solo di dire un ultima cosa.
Da quando sono entrato in contatto con te qualcosa in me è cambiato, non so per quale motivo, ma pian piano ho incominciato a sentirmi sempre più leggero, forse sei tu a farmi questo effetto, sì non potrebbe essere altrimenti, tu sei il mio sole, la mia fonte di calore, ora me ne rendo conto, ed è merito tuo se al momento divampo incandescente nell’oscurità.
Forse non capirò mai come tu sia riuscita ad accendere in me questa fiamma, ma so che adesso ti volgerai, mi noterai, vedrai la scia luminosa che sto emanando e ti chiederai come sia possibile tutto ciò.
Chissà se un giorno capirai che il merito è soltanto tuo, nel frattempo me ne vado felicemente, perché anche se solo per un insignificante battito di ciglia, ho ricevuto le tue tanto sospirate attenzioni, ma allo stesso tempo sono pervaso dalla malinconia, perché le speranze e i desideri a cui pensi nell’osservare la mia fine non sono rivolti a me, anzi probabilmente mi avrai già dimenticato.
Io invece, che ho nel cuore il tuo ricordo e le tue speranze, mi abbandono al nulla.

Edmond L. Isgrò

L’articolo lo potete trovare anche qui, pubblicato dalla gentile Beatrice Folino, su mia richiesta. —-> https://beatricefolino.wordpress.com/2014/12/24/ultimi-istanti-di-una-stella-cadente/

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