Archivio mensile:maggio 2015

Ultime di un suicida

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Papà, mamma, non potete immaginare la vergogna che provo in questo momento nello scrivervi tali parole, ma questo sentimento è solo uno dei tanti pesi che mi affliggono e che mi spingono a lasciarvi definitivamente.
Vi supplico, dimenticate il volto di questo giovane disgraziato, che di buono non ha nulla, se non la predisposizione naturale al fallimento.
Tutto mi sta scivolando via di mano, e più cerco di ristabilire la situazione, più le cose continuano a sfuggirmi, lasciandomi qui da solo, a soffrire di questa debilitante depressione.
Sono un buono a nulla patentato, privo di orgoglio e di qualsiasi qualità; le persone che incontro se ne accorgono all’istante e rendendosi conto che io sono una persona inutile e noiosa, finiscono inevitabilmente per distaccarsi da me.
Come dar loro torto, se non riesco a regalare un sorriso a me stesso, dubito di poterne svendere alcuno, per un qualsiasi qualcuno; perdo tutti meritatamente, perché nessuno ha bisogno di me, quando io avrei bisogno di loro e darei qualsiasi cosa per farli stare bene, ma sono un disgraziato e la nullità intrinseca nel mio essere rovina sempre ogni cosa.
Voi avete sempre creduto in me, anche nei periodi più bui, ma ho sempre deluso le mie e le vostre aspettative; da un’ora a questa parte non sarà più necessario e sarà l’oblio a prendersi cura di questo piccolo pezzo di sterco.
Mi opprime la vita e la naturalezza di cui è composto tale insieme, ma tutto di per se è giusto, è il sottoscritto ad essere sbagliato, un errore che ben presto verrà corretto e spero dimenticato altrettanto velocemente.
A volte passeggiare, osservare con gli occhi del mio cuore la bellezza della natura e le difficoltà con cui convivono molti dei presunti miei simili è servito a prolungare la mia agonia, ma paradossalmente ciò ha finito per peggiorare tutto quanto, perché notando che la malinconia non si degnava a cessare, ho dovuto necessariamente aggiungere l’aggettivo di egoista per non lasciare solo “inutile fallito”.
Ho rimurginato a lungo sulle tante modalità con cui porre fine a questo errore della natura: non ho la forza di tagliarmi la gola o le vene con un coltello, per quanto in questo istante ho l’impulso di ficcarmi la penna in pieno petto; gettarsi dal balcone e assistere con ansia e terrore gli ultimi secondi che mi rimanevano… era fuori discussione.
Ho optato quindi per la scelta migliore: una boccetta piena di pillole, che mi faranno scivolare lentamente nell’oscurità.
Me ne compiaccio assai, io che sono lento e solo nel sonno riesco a trovare un po’ di ristoro, non avrei mai pensato di trovare una fine così degna per codesto individuo.
Scusatemi però, ve ne prego, se la mia dipartita vi recherà un dolore atroce, ma vi prometto, anzi vi giuro, che sarà l’ultimo dei tanti.
Mi avete messo al mondo e vi conosco bene, cerchereste di rassicurarmi, disposti come sempre a darmi una nuova chance, ma vi converrebbe prendere esempio da coloro che seppur conoscendomi poco ci provarono, tendendomi non una, bensì due mani, ma le ritrassero prontamente, perché giustamente non c’era bisogno di sprecare energie per un cretino che non è in grado di dare nulla, per quanto desideri ardentemente riuscirci; lascio agli altri questo privilegio oramai, io, architetto di disastri, ci rinuncio.
È tempo ora che svuoti questo piccolo barattolo, per poi coricarmi aspettando che l’oblio mi rimbocchi le coperte, come facevi tu, cara mamma, quando ero solo un ingenuo fanciullino.
Spero solo possiate perdonarmi ancora una volta, vi voglio tanto bene, e sono sicuro che mia sorella non seguirà le orme del fratello maggiore, sì, lo stesso disgraziato che ha scelto la morte, come unica opzione disponibile.
Grazie di cuore a tutti voi, e un grazie va anche a coloro che hanno provato a regalarmi un sorriso, a cui ho provato a rispondere in tutti i modi, ma la coerenza di cui sono provvisto mi ha bloccato anche in questo.
Ora è tempo di dirvi addio, lo ripeto ancora, vi ho voluto bene e non sapete quanto, spero solo che le lacrime che bagnano questa lettera possano darvi la conferma.
Grazie, grazie e ancora grazie a tutti quanti, ma è arrivato il momento di lasciarvi, con un semplice e scontato addio!

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Edmondo L. Isgrò

Sogni ad occhi aperti #1

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Non dormo molto bene la notte, anzi, a volte mi capita perfino di rimanere sveglio per ventiquattro ore di fila; per ovviare a questo problema quindi, ho incominciato a sognare durante le ore diurne.
E proprio in uno di questi miei viaggi onirici che diedi sfogo a tutta la mia pazzia: mi trovai, non chiedetemi il come ed il perché, in un campo di battaglia e intorno a me tanti cavalieri se ne davano di santa ragione a colpi di picca o di spada.
La mia meraviglia crebbe ancora di più nel vedere che pure io indossavo una corazza che mi proteggeva dai piedi fino alla punta dei capelli, e indovinate un po’ cosa stringevano le mie mani?
Massì è facile, uno scudo nella sinistra e una spada nella destra.
Non sono mai stato molto avvezzo ai conflitti, immaginate quindi quanto fossi spaesato in quel momento, inoltre quell’armatura pesava incredibilmente, ma liberarsene era fuori discussione.
Infatti un manipolo di soldati mi accerchiò con il tentativo di farmi la pelle, e io non volendo recar loro danno mi limitai a parare i loro colpi, che s’infrangevano sullo scudo o nel peggiore dei casi sulla mia armatura.
Non sempre però, tali difese riuscivano a coprirmi, infatti alcuni, armati di stiletto, penetrarono con le loro lame quella ferraglia, fino ad arrivare nella carne, provocandomi così un dolore lancinante e insopportabile.
Due o tre volte, accecato dalla rabbia e dalla frustrazione, strinsi forte quell’arma tanto disdegnata e menai qualche fendente alla cieca.
Ne colpii qualcuno, e mi meravigliai nel vedere una smorfia di sofferenza apparire e scomparire come un lampo su quei volti coperti dalla visiera di quegli elmi freddi e senza vita.
<<Perché continuate ad offendere?>> chiesi <<Perché vi impegnate così tanto a recare dolore, quando proprio in questo momento l’ avete provato sulla vostra stessa pelle?>>.
Parole vuote che non sortirono alcun effetto, intanto l’armatura che indossavo mi opprimeva come un macigno e fu allora che mi sentii un codardo, non tanto perché mi rifiutavo di contrattaccare, bensì perché non avevo la forza di spogliarmi di quella corazza, che pur proteggendomi, mi privava della mia libertà, di me stesso.
E fu in quel momento, che mi svegliai…

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Edmond L. Isgrò