Archivio dell'autore: Edmond L. Isgrò

Uomini in fiore

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Sono un uomo accorto, forse anche troppo. Scrivo nella mia mente i discorsi da pronunciare il giorno dopo, le frasi, i saluti e persino le battute.
Pure i gesti sono voluti (volente o nolente, le vostre apparenze ve le hanno indotte i miei inganni notturni), sicché mi risulta alquanto difficile improvvisare, la naturalezza non è nella mia indole, solo nella solitudine improvviso, al di fuori di essa mi interessa soltanto contemplare il verbo altrui: troppo individuale; troppo egoista; troppa voglia di aver ragione.
Capisco che qualcuno possa criticare il mio fare, il mio manipolare me stesso, ma alla fine, sono un relativista, e non mi permetto di dissentire a priori un’opinione.
Solo le margherite di prato mi ricordano una vaga e naturale sobrietà – silenti – tranquillizzano la mia persona meglio di un farmaco.
Sono un uomo accorto, evito di calpestarle, evito di noncurarle, evito di comportarmi come uomo tra uomini.

 

Edmond L. isgrò

Poesia d’amore obbrobriosa

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Ti regalerei amene parole,
figure retoriche altisonanti
e gocce d’inchiostro eleganti
da raggelare il sole.

Eppure – muto – non parlo,
timido, da te sono investito.
Annoiarti? Mai! Contrito e inibito
ti ammiro in volo.

Rondine che fugge lo stormo;
vera portatrice di primavera.
Seppur teso, il tuo camminare rallegra
chi, d’animo rinsecchito, d’almo

rigoglie nel tuo volteggiare.
Io che mi trascino
avvampo nel passarti vicino,
e ti saluto, solo per sentirti danzare.

 

 

Edmond L. Isgrò

Notturni

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Ascoltare, credo sia il verbo che odio e al contempo amo maggiormente: amalgama i chiacchiericci senza tempo di ridondanti passanti, con le visionarie elucubrazioni di uomini estatici.
Io, nel passeggiare, sono un lettore che, come una boa, oscilla tra Fabio Volo e Marcel Proust.

 

 

Edmond L. Isgrò

Lo sfogatoio

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«È dura esser nato specchio signori, è dura. Qui non ce la si fa più: la gente non parla con me, si confessa. Vengono, si fermano davanti a me e si ammirano. Capite? Si ammirano! E lo fanno in mille modi: li rifletto mentre osservano il loro aspetto; mentre si cimentano in mille moine e in mille paroloni; mentre ascoltano il dolce suono della loro voce, dei loro pensieri e delle loro idee. Capitemi, io lì, inerte a viver la loro vita, qua… l’unico riflessivo, so’ io!»

 

«E ti lamenti?», rispose ironica la bilancia. «Con me si denudano proprio, e salgono sul mio corpo con solennità, come se andassero ad un funerale, e sai che combinano? Si pesano. Hai capito bene mon ami, quando sono io che faccio tutto lo sforzo, tutto il lavoro. Poi esce quell’agognato numerino e apriti cielo: epiteti e bestemmie di ogni tipo; ‘sto posto diventa un bordello. Quegli idioti non hanno capito che i numeri che vedono son falsi. Se volessi mostrar loro quanto pesano davvero, a quest’ora se la giocherebbero con i palloncini».

 

«Fallo allora!», tuonò il tappetino ai piedi del lavello. «Mostraglieli, mostraglieli quei numeri, che io sto impazzendo: mi bullizzano peggio dello straccio da cucina. Entrano, e mentre con te si confessano caro specchio, a me, quei signori, mi calpestanto! Vedi? Ho ancora sul mio povero corpicino i segni delle loro pedate. E non si premurano proprio di me; non contenti, una volta ogni tanto, mi sbattono e mi torturano con un certo arnese… dicono che son pieno di polvere e di peli. Ah, ma non sanno quegli ingenui, che è proprio quella roba la mia salvezza: l’attiro e me la sniffo; così riesco a dimenticar tutto. Ad uccidermi invece, saranno quelli là, e quando morirò, sgualcito dalle loro nefandezze; la colpa vi dirò, sarà pure mia!»

 

«Nun parla’ con me de bullismo, bello, che quello messo peggio accà, songh’io! Già me sfottono e me chiamano cesso, poi, sai che fanno chelle bestie là? Vengono, si seggono e scaricano tante di chelle cagate che n’artro po’ me fanno er lavaggio del cervello. Aropp nu poco scoppio, tante le merdate che sparano. Cazzo ce posso fa se me vene ‘a vomità; m’intasano, è ovvio che uno non ce ‘a fa chiu. ‘A cosa che me fa innervosi’ però, è ‘a faccia che fann! Se schifano e me insultano. Chella merda che vedono, è ‘a lor! So pure sciemi, nun sapn che addn fa. Aropp nu poc vene uno, sciemo sì quant a loro, ma almeno è n’artista. Co nu pai e guant e ‘na chiave, fa certi magheggi che non vi sto manc a di’, e me fa senti’ come nuovo. Aropp però tornano a cagà, agg ragione io quando li chiamo test’ e cazz!»

 

«Almeno di te si preoccupano, caro il mio water; lo chiamano lo psicanalista», dichiarò mesto lo specchio. «Adesso però li aggiusto io, vendico tutti, e nessuno provi a fermarmi. Aspetto solo che vengano qui un’altra volta, e appena le loro sudicie manacce mi sfiorano, zac… mi suicido e mi frantumo in mille pezzi. Uno, perché non ce la faccio più, due, perché così avranno la dimostrazione che non sono solo un oggetto inanimato. E dopo averli fatti morire di paura, gli toccherà pure subire sette anni di sventura.»

 

Edmond L. Isgrò

L’ansia di una vita

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Le hai contate, sì ne sono sicuro, lo hai fatto: tutte quelle volte che ti hanno rinfacciato ogni spasmo; ogni tuo rabbrividire; ogni qual volta che nervosamente ti mordevi a mano, e respiravi, coprendoti gli occhi, vergognandoti di un semplice pianto.

E ti ricorderai pure, di tutte quelle volte che hanno detto con durezza: “Metti ansia pure a me, vedi di calmarti”, e tu a mezza voce “mi dispiace”, mortificato.

Vedo lì, inchiodati su una croce, i tuoi sensi di colpa, per un qualcosa che forse, non riesci a spiegarti nemmeno tu; giacché, alla fine, chi deve convivere ogni giorno con quel battito accelerato, be’, sei proprio tu.

Le parole volano però, e si posano nelle vaste lande della nostra anima: crescono rovi, e ci cingono in una morsa, lasciandoci inerti su un letto, a specchiarci con il passato.

Convivere con un’ansia permanente non è semplice, perché per l’appunto, ogni gesto naturale, perde le proprie sfumature di semplicità.

Allora forse rimuginerai, e maledirai ogni volta che hai esitato; ogni volta che ti sei fermato; ogni volta che sei partito con il freno a mano tirato; ogni volta che hai rinunciato.

Eppure se andrai più a fondo, ricorderai che a causa di quel timore, vi sono stati anche dei momenti dove hai sbagliato; dove hai inciampato; dove hai maldestramente nuotato e sei quasi affogato.

Ti avranno detto probabilmente che l’ansia è di tutti e che bisogna lottare per porvi rimedio, verissimo, certo, ma ciò che hanno omesso, non volutamente, è che tutti siamo diversi, poiché a volte non ce ne rendiamo nemmeno più conto, vi è un razzismo latente perfino nelle diversità caratteriali.

Quindi, se l’ansia condiziona il tuo modo di vivere, il mio modo di vivere, perché dar questo privilegio anche al giudizio altrui?

Benché molto seccante, la nostra ansia non ha mai danneggiato nessuno, come invece possono esserlo state le parole e i gesti di qualcuno.

Prosegui con calma, la tua calma, e forse chi lo sa, commetterai qualche errore in più; tanto, a Giugno, mese che sublima la primavera e l’estate, da quei rovi fioriranno le more.

Edmond L. Isgrò