Archivi categoria: Riflessioni

Uomini in fiore

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Sono un uomo accorto, forse anche troppo. Scrivo nella mia mente i discorsi da pronunciare il giorno dopo, le frasi, i saluti e persino le battute.
Pure i gesti sono voluti (volente o nolente, le vostre apparenze ve le hanno indotte i miei inganni notturni), sicché mi risulta alquanto difficile improvvisare, la naturalezza non è nella mia indole, solo nella solitudine improvviso, al di fuori di essa mi interessa soltanto contemplare il verbo altrui: troppo individuale; troppo egoista; troppa voglia di aver ragione.
Capisco che qualcuno possa criticare il mio fare, il mio manipolare me stesso, ma alla fine, sono un relativista, e non mi permetto di dissentire a priori un’opinione.
Solo le margherite di prato mi ricordano una vaga e naturale sobrietà – silenti – tranquillizzano la mia persona meglio di un farmaco.
Sono un uomo accorto, evito di calpestarle, evito di noncurarle, evito di comportarmi come uomo tra uomini.

 

Edmond L. isgrò

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Notturni

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Ascoltare, credo sia il verbo che odio e al contempo amo maggiormente: amalgama i chiacchiericci senza tempo di ridondanti passanti, con le visionarie elucubrazioni di uomini estatici.
Io, nel passeggiare, sono un lettore che, come una boa, oscilla tra Fabio Volo e Marcel Proust.

 

 

Edmond L. Isgrò

L’ansia di una vita

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Le hai contate, sì ne sono sicuro, lo hai fatto: tutte quelle volte che ti hanno rinfacciato ogni spasmo; ogni tuo rabbrividire; ogni qual volta che nervosamente ti mordevi a mano, e respiravi, coprendoti gli occhi, vergognandoti di un semplice pianto.

E ti ricorderai pure, di tutte quelle volte che hanno detto con durezza: “Metti ansia pure a me, vedi di calmarti”, e tu a mezza voce “mi dispiace”, mortificato.

Vedo lì, inchiodati su una croce, i tuoi sensi di colpa, per un qualcosa che forse, non riesci a spiegarti nemmeno tu; giacché, alla fine, chi deve convivere ogni giorno con quel battito accelerato, be’, sei proprio tu.

Le parole volano però, e si posano nelle vaste lande della nostra anima: crescono rovi, e ci cingono in una morsa, lasciandoci inerti su un letto, a specchiarci con il passato.

Convivere con un’ansia permanente non è semplice, perché per l’appunto, ogni gesto naturale, perde le proprie sfumature di semplicità.

Allora forse rimuginerai, e maledirai ogni volta che hai esitato; ogni volta che ti sei fermato; ogni volta che sei partito con il freno a mano tirato; ogni volta che hai rinunciato.

Eppure se andrai più a fondo, ricorderai che a causa di quel timore, vi sono stati anche dei momenti dove hai sbagliato; dove hai inciampato; dove hai maldestramente nuotato e sei quasi affogato.

Ti avranno detto probabilmente che l’ansia è di tutti e che bisogna lottare per porvi rimedio, verissimo, certo, ma ciò che hanno omesso, non volutamente, è che tutti siamo diversi, poiché a volte non ce ne rendiamo nemmeno più conto, vi è un razzismo latente perfino nelle diversità caratteriali.

Quindi, se l’ansia condiziona il tuo modo di vivere, il mio modo di vivere, perché dar questo privilegio anche al giudizio altrui?

Benché molto seccante, la nostra ansia non ha mai danneggiato nessuno, come invece possono esserlo state le parole e i gesti di qualcuno.

Prosegui con calma, la tua calma, e forse chi lo sa, commetterai qualche errore in più; tanto, a Giugno, mese che sublima la primavera e l’estate, da quei rovi fioriranno le more.

Edmond L. Isgrò

Un borsalino

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Un borsalino

Già da un po’ di tempo, un mesetto su per giù, è sorto in me il capriccio di comprarmi un borsalino.
Ieri, mentre mi districavo tra la folla per fare ritorno a casa rimasi incantato nell’osservare il trilby di una signorina; abito che, notai prontamente, soleva portare sul capo con un pizzico di fierezza.
Viaggiare, adoro viaggiare, e se non è il mio corpo a muoversi, la mia testa compensa tale mancanza.
Mi concentrai quindi su quel grazioso copricapo, e osservando il feltro di cui era composto, sentii un odore di pelle trasportarmi in una fabbrica qualsiasi, tra un’altra moltitudine di uomini lontani: sarti e artigiani con una cultura e idee diverse dalle mie.
I miei occhi a quel punto si soffermarono sul canneté che avvolgeva quell’oggetto e la strada su cui muovevo i miei passi era di colpo diventata un piccolo ufficio ‘ove alcuni uomini, con solerzia invidiabile, cucivano quei piccoli capolavori.
Mi giro, e ritrovandomi magicamente al di fuori di quello stabilimento, vedo autovetture cariche di quella manifattura dirette chissà dove, verso grandi catene, o semplici negozietti di nicchia.
Passano al mio fianco quei lavoratori, ai quali sembra che la mia presenza sia del tutto ignara; osservo i loro volti, stanchi e stravolti, già me li immagino tornare a casa spossati, ma con ancora la forza di nascondere tra sorrisi e carezze, il peso della vecchiaia a mogli e figli.
Un odore di pelle mi attira di nuovo all’interno della fabbrica, su uno scaffale vi sono innumerevoli copricapi, ne prendo uno a caso, un trilby uguale in tutto e per tutto a quello posseduto da quella giovine donna.
La bolla di sapone scoppiò, ritornai dov’ero, il mio viso inebetito fissò ancora quel copricapo; un’antica pergamena si era distesa dinanzi a me, mostrandomi posti nuovi, vite diverse dalla mia, la loro routine, le loro frustrazioni, ma soprattutto, i loro volti.
Distolsi infine lo sguardo, la folla si strinse fino a soffocarmi; avevo viaggiato, senza saperlo, senza volerlo.

 

Edmond L. Isgrò