Fuliggine bianca

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Siamo nati nane bianche,
e più di un raggio
è calato in questo teatro di passaggio;
siamo luci stanche.

Siamo nati caldi, colorati
e con in mano una gomma
dipingiamo lo stemma
della banda dei timidi scolorati.

Abbiamo vissuto almeno un’età?
Narcisisti, non lo sappiamo noi,
narcisisti, ciechi e sordi di voi.
Nelle galassie: sottomarini in profondità.

Siamo nati di morte prematura,
un passaggio sì, abbiam saltato,
ma lieti sorridiamo: “Nulla ci è dovuto!”
Siamo nati morti e poi vivi di paura
tre stagioni non abbiam voluto,
noi: inverno tiepido dal bianco manto.

 

                                                                                                            Edmond L. Isgrò

Un borsalino

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Un borsalino

Già da un po’ di tempo, un mesetto su per giù, è sorto in me il capriccio di comprarmi un borsalino.
Ieri, mentre mi districavo tra la folla per fare ritorno a casa rimasi incantato nell’osservare il trilby di una signorina; abito che, notai prontamente, soleva portare sul capo con un pizzico di fierezza.
Viaggiare, adoro viaggiare, e se non è il mio corpo a muoversi, la mia testa compensa tale mancanza.
Mi concentrai quindi su quel grazioso copricapo, e osservando il feltro di cui era composto, sentii un odore di pelle trasportarmi in una fabbrica qualsiasi, tra un’altra moltitudine di uomini lontani: sarti e artigiani con una cultura e idee diverse dalle mie.
I miei occhi a quel punto si soffermarono sul canneté che avvolgeva quell’oggetto e la strada su cui muovevo i miei passi era di colpo diventata un piccolo ufficio ‘ove alcuni uomini, con solerzia invidiabile, cucivano quei piccoli capolavori.
Mi giro, e ritrovandomi magicamente al di fuori di quello stabilimento, vedo autovetture cariche di quella manifattura dirette chissà dove, verso grandi catene, o semplici negozietti di nicchia.
Passano al mio fianco quei lavoratori, ai quali sembra che la mia presenza sia del tutto ignara; osservo i loro volti, stanchi e stravolti, già me li immagino tornare a casa spossati, ma con ancora la forza di nascondere tra sorrisi e carezze, il peso della vecchiaia a mogli e figli.
Un odore di pelle mi attira di nuovo all’interno della fabbrica, su uno scaffale vi sono innumerevoli copricapi, ne prendo uno a caso, un trilby uguale in tutto e per tutto a quello posseduto da quella giovine donna.
La bolla di sapone scoppiò, ritornai dov’ero, il mio viso inebetito fissò ancora quel copricapo; un’antica pergamena si era distesa dinanzi a me, mostrandomi posti nuovi, vite diverse dalla mia, la loro routine, le loro frustrazioni, ma soprattutto, i loro volti.
Distolsi infine lo sguardo, la folla si strinse fino a soffocarmi; avevo viaggiato, senza saperlo, senza volerlo.

 

Edmond L. Isgrò

Rincasare la domenica mattina

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La malinconia è lato di me, di noi, che vive solitamente in simbiosi con la nostra persona; a volte però, di par sua, essa si distacca, o per essere più precisi, si quieta, permettendoci di godere appieno gli istanti e le goliardie che accompagnano quelle serate passate tra “amici” ed assenzio.

È la nostra “ora d’aria”, in cui noi povere anime afflitte, c’immergiamo neofiti nella movida cittadina: chiacchiere, risate, commenti fuori luogo e perché no, anche i diverbi, sembrano essere una quotidianità già ben rodata.

Rincasare, lì iniziano i problemi.

Con il terminare della frenesia del circondario infatti, il nostro cervello pare svegliarsi da un torpore, e una saudade non più sopita, infetta i nostri pensieri e le nostre emozioni.

A quel punto,  le membra stanche e due gambe pesanti passano automaticamente in secondo piano; ripercorriamo la serata appena trascorsa, diamo più peso ad alcuni eventi e da lì, a qualsiasi altra cosa, remota e non, il passo è breve.

Arriva l’alba, e la stanchezza aumenta, vero, ma anche la nostra tristezza: barriera che ci separa da un sonno ristoratore.

Una sigaretta per i fumatori, un non so cosa per chi non si abbandona al tabacco, e si attende il solito tran tran mattutino… e due borse ormai logore dal tempo accompagnano la nostra vista sul mondo.

 

 

Edmond L. Isgrò

Delirio #2

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<Che tedio, amico mio, che tedio.>>
<<E quando mai, pensa che quelle rare volte che ti vedo allegro, credo tu ti sia calato qualche pasticca!>>
<<Mado’ e poi sarei io quello pesante; sto solo dicendo che sono scocciato, tutto qui.>>
<<Non mi è nuova questa frase, avanti dimmi un po’, chi o cosa infastidisce indirettamente la tua vita? Ti disturba l’atteggiamento di qualcheduno? Pazienza! Ah no, è l’ipocrisia dietro quegli atteggiamenti a roderti… be’ caro mio, sappi che quelle inezie non danneggiano nessuno e se proprio vogliamo dirla lunga, potrei compilarti una lista con tutti i tuoi errori e visto che sei scocciato potrai passare il tempo leggendo qualcosa.>>
<<… sei completamente fuori strada, e poi non credere che io guardi solo al di là del mio cortile, magari avessi questa presunzione.>>
<<Non farmi ridere, non ti ho mai visto prendertela con te stesso, mai!>>
<<E scusami, questo cosa mi significa? Sappi che tra tutti, quello che maggiormente detesto, anzi schifo, sono proprio io; sì, le critiche più feroci le rivolgo solo e solamente a me stesso e non vi è alcun bisogno di doverle sbandierare ai quattro venti.>>
<<Dai, calmati e non esagerare, non è che tu sia un mostro, hai qualche difetto, come chiunque altro alla fine; anzi, sei una bravissima persona e anche un buon amico.>>
<<Eccolo là, un po’ di avvilimento e il tuo modo di fare cambia totalmente, siete tutti uguali. No, non mi servono i tuoi complimenti, odio ricevere complimenti, io non me li faccio, e quelli degli altri non mi toccano; preferisco una risata di scherno data dal primo beota di turno.>>
<<Tu sei un caso impossibile Ed, almeno dimmi perché ti “schifi” così tanto.>>
<<Come spiegartelo? È l’inerzia di cui soffro che mi fa male: mi sento chiuso in una cella e pur avendo in mano il chiavistello, non ho nemmeno la forza di girare nella toppa la chiave che aprirebbe quella maledetta serratura; il tempo scorre, e più passa, più mi rendo conto che il debito che ho con lui aumenta… e quando sarà il momento di saldare i conti non avrò nulla, se non questa chiave, che sarà mai arrugginita.>>
<<…>>
<<Ora capisci qual è il problema? Pensi ancora che io passi il tempo a guardare minuziosamente i comportamenti altrui? Che non martelli me stesso con un mare di critiche ogni cristo di secondo della mia vita?
Be’ ti sbagli, c’è solo una differenza tra me e gli altri: io non ho bisogno di scrivere all’altrui persona il motivo per cui mi detesto, perché ciò interessa solo me, e la mia persona lo sa già; per quanto riguarda gli altri, in che altro modo dovrei esprimermi? Dovrei forse girare per le strade con un megafono?>>
<<Oppure potresti semplicemente evitare di farlo, se ti senti “sporco” così tanto, a questo punto finiscila di martoriare gli altri, e scusami, dopo non ti innervosire se dico che pecchi di presunzione.>>
<<Ah, quindi seguendo il tuo ragionamento, nessuno a questo punto dovrebbe aprir bocca per criticare! Immagino tu ti stai rifacendo a quella frase che quel famoso tale disse “qualche” anno fa: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Infatti non seguo quelle parole, perché sono goffo, e la prima pietra mi cade sull’alluce, la seconda invece la scaglio; e per finire, riguardo al discorso sulla presunzione, be’, io espongo parole di scherno e di rabbia verso la mia persona, e per altri motivi compio lo stesso verso quella altrui; non mi ritengo superiore, anzi, metto tutti quanti allo stesso livello, avanti, dimmi dove sta la presunzione in tutto ciò!>>
<<In un modo o nell’altro, rigiri la frittata a tuo piacimento, ma se proprio vuoi sapere la mia opinione, non penso che gli altri ti ascolteranno, non sei nemmeno in grado di farlo da te.
Mi hai spiegato in minima parte perché ti detesti, e non credo che le tue stesse critiche siano riuscite a forzare quella “serratura”.>>
<<Touché… anche se ad essere sinceri, ci sto lavorando! Ma per il resto, mi hai colto in fallo, compare.>>
<<Lo so, si trova sempre un modo per scassinare una serratura, per quanto sia ingegnata a dovere, e nelle tue elucubrazioni ci sono falle disseminate qua e là.
Te lo ripeto comunque, anche se ti dà fastidio, sei un bravo ragazzo, accettalo, inoltre vorrei aggiungere anche un’altra cosa, sei altresì un gran coglione, ma con affetto!>>

 

Edmond L. Isgrò

Al tavolo dei malandati

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Al tavolo dei malandati

Lo sguardo bieco sul mondo,

sanguisuga che di gaudio si nutre;

si riflette nelle pupille vitree

di un compagno similmente profondo.

 

Seduti ad un tavolo si disquisisce,

eterni, i secondi tendono a passare.

Ciò non disturba il nostro conversare,

ma il nostro spirito si affievolisce.

 

Leggiamo i romanzi della vita,

ascoltandoli, sembra una tetra sinfonia;

non distinguo la tua dalla mia,

è solo il requiem di una trista salita.

 

Boccate di fumo impastano la bocca

e nuvole blu volteggiano inquiete:

salata è l’acqua, non placa la sete;

il mare non bagna il viso, l’anima, una secca.

 

Avvoltoi pregustano esanimi carni,

la resa, un opzione da considerare;

è dubbia se non oscura, la nostra sorte.

A due scogli il peso dei nostri malanni,

all’eterno domani non siam pronti a rinunciare,

e allo spettro di un riverbero ci diciam: «Buonanotte».

 

 

Edmond L. Isgrò

Due letti

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Due letti

Una stanza zeppa di eterni balocchi,

racchiude i sogni di due anime fraterne;

una di esse dorme non curante di chi

dalla veglia è restio a staccarsene.

 

Mestamente guardo quel volto ancora puro

e immergo i miei sensi in quel suo russare.

Il giovine non immagina il proprio futuro,

ma si gode il gusto di poter sognare.

 

Rido fra me e me guardando la creatura

a cui affido il mio bene fraterno.

Lui ascolta le mie massime con cieca premura,

superflue per chi illuminerà l’averno.

 

Oh sì, lui coltiverà innumerevoli passioni

coglierà fiori freschi e variopinti;

sorreggerà amici e donerà loro emozioni,

lui non rientrerà tra i vinti.

 

Le mie membra stanche rinvigoriscono,

so di aver ragione, non  è presunzione la mia.

Contento osserverò ciò che non sono,

e  se un grazie riceverò, sarà solo una mera bugia.

 

Ripenso ai fiori nel mio giardino,

i quali lasciai incautamente a marcire,

ora secchi, osservano il mio destino;

di una vita destinata presto a finire.

 

Un ultimo sguardo, un ultimo sorriso;

è tempo che mi abbandoni all’oppio anche io.

Sognerò una vita che non ha nulla di mio,

ma lungi l’invidia macchiar questo viso.

Edmond L. Isgrò