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Poesia d’amore obbrobriosa

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Ti regalerei amene parole,
figure retoriche altisonanti
e gocce d’inchiostro eleganti
da raggelare il sole.

Eppure – muto – non parlo,
timido, da te sono investito.
Annoiarti? Mai! Contrito e inibito
ti ammiro in volo.

Rondine che fugge lo stormo;
vera portatrice di primavera.
Seppur teso, il tuo camminare rallegra
chi, d’animo rinsecchito, d’almo

rigoglie nel tuo volteggiare.
Io che mi trascino
avvampo nel passarti vicino,
e ti saluto, solo per sentirti danzare.

 

 

Edmond L. Isgrò

Lettera per Cyrano

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Dimmi Cyrano, dimmi come fai, a soffrir d’amore e a non mollare mai.
Tu, grande uomo di spirito indomito, che sberleffi i tuoi avversari con rime e tocchi sopraffini, affronti senza paura ingiustizie e falsità, sei per me una guida, un maestro, un esempio di rara umanità.
E sei riuscito dopotutto, a reprimere il tuo forte sentimento, soffrendo in un silenzio interrotto solo da quelle lacrime che accompagnavan l’inchiostro delle tue lettere piene di sentimento.
Oh, come hai fatto a tacer davanti a Rossana, quando ella di Cristiano ti parlava, come hai fatto mi chiedo io, a dare a lui quel che a egli mancava; e se come dici tu: “[…]Mentre restavo in basso ad inventare gloria, erano altri a cogliere il bacio della vittoria.[…]” Come sei riuscito, a non morir di crepacuore, nel veder che per te non rimanevan nemmeno le briciole di quella passione.
Dei sogni di lei ti sei fatto carico e per amor suo, felicità le hai regalato, pure di Cristiano amico sei diventato, ma a te un po’ ci hai mai pensato?
Hai scacciato l’egoismo dal tuo cuore, lasciando alle lacrime l’unico sfogo per la tua situazione; ah, meglio affrontar cento uomini, che combatter quella gelosia di cui tu stesso eri il motore.
Situazione tragicomica davvero, alcuni afferman che di Cristiano hai visto il surrogato, balle a parer mio, perché quei tuoi pianti ben altro hanno raccontato.
Eroe romantico per eccellenza, indicami la strada per raggiungere almeno metà della tua grandezza, io che se dovessi viver un amor non corrisposto, mai riuscirei a fingere un sorriso e a mascherar quella tristezza di fronte alla “Rossana” mia, certo, sicuramente ci proverei, ma ovviamente dopo due lune cadrei.
Tu che invece non hai mai macchiato la purezza del tuo pennacchio, ti prego leggi ciò che sto scrivendo in questa ignobile prosa, la quale non vale nemmeno un quarto di un tuo singolo verso, e insegnami ti prego, a morire, rifiutando pure nell’ultimo instante il bacio da colei che finalmente il cor sei riuscito a ghermire.
E tu che a Cristiano hai dato dolci parole con cui cullarsi al momento dell’addio, come sei riuscito a non dire in quattordici anni a Rossana: “Amore mio.”?
Io ti stimo, t’invidio e allo stesso tempo ti compiango, perché un uomo come te, miglior sorte dalla vita avrebbe meritato, e quante volte con rammarico rimembro: “Ah quante similitudini con la realtà, in questa commedia io sento.”
Anche se non so cosa darei ad esser sincero, per poter gridare in punto di morte a gran voce e in modo fiero:

“Filosofo, naturalista, maestro d’armi e rime,
musicista, viaggiatore ascensionista,
istrione, ma non ebbe claque,
amante anche: senza conquista.
Qui giace Ercole Savignano Cyrano De Bergerac, che in vita fu tutto e lo fu invano.

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Edmond L. Isgrò

Circolo di frasi mai dette – Sorrisi

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Che sia per gioia, imbarazzo, felicità o semplice cortesia, perdersi nei tuoi occhi iridescenti mi mette allegria.
E sono lì, come due piccole stelle, a far da contorno a quel quarto di luna che dipinge il tuo viso e io son cullato, mi esalto, non ricordo altro; vorrei immortalare quell’immagine non per conservarla e guardarla ogni tanto, ma solo per rivederla sul tuo volto ogni giorno dell’anno.
È Musa per me quella primavera, non la baratterei per nulla al mondo e non ho intenzione di perderla per una nuvola passeggera.
Ahimé, son banalità lo sento, ma non trovo migliori parole per descrivere quel momento; a volte lo vedo rivolto verso il basso, santo cielo, perché non lo condividi ogni tanto?
Non riporlo nel cassetto insieme ai tuoi sogni, non aver timore d’indossarlo con la paura che si rovini o si sgualcisca per la via, è troppo splendido, non privarlo agli altri, ma lascia che illumini la strada a chi ti è di compagnia.
Sai, non è il tuo corpo sinuoso a mandarmi in estasi, che per quanto se ne possa dire, è solamente mero esempio di vanità fugace e con il passar del tempo scema; il tuo sorriso, invece mi dà le voluttà che cerco, esso è duraturo, alimenta e affolla i miei sogni; è la tua felicità, cara mia, ad essere la vera poesia.
Elargisci a chi vuoi quel sonetto, poco importa che sia rivolto a me o a qualcun altro, basta sapermi sicuro di ascoltarlo, seppur di lato o al massimo da lontano…
Lascia che esso sia lo specchio del tuo animo sensibile e immenso, che nascondi gelosamente al tuo interno, e forse chissà, anche con un po’ di spavento; non forzarlo però, mi raccomando, quale valore puoi dare ad un quadro se scopri che si tratta di un falso?
Vorrei vederti sempre allegra, gioiosa e solare, ma perdona il mio egoismo (lo ammetto, un po’ me ne vergogno), se son più felice anche io, quando quel sorriso a regalartelo son io.

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Edmond L. Isgrò

Requiem floreale

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Fiori che sbocciano in attesa di qualcuno che li calpesti, armonie di cui nessuno si ricorderà.

Non emettono dolore, soffrono in un delicato silenzio; petali sparsi che non saranno mai d’ispirazione per un qualsivoglia poeta e mai li rivedremo in dipinti o in vecchie foto ingiallite.

Cimitero di sogni mai vissuti, arcobaleni invisibili lasciati a marcire su un terreno umido e silenzioso.

Nessuno si cura di codeste lapidi prive di nomi, ma nello scrutare quelle pupille dorate ho assaporato la loro malinconia, ed è per questo che sento di dover dare loro almeno una piccola emozione.

Non desiderano nulla di mastodontico, figurarsi un poema che esalti i loro variopinti colori, solo qualche parola che dia un senso a quello sfiorire prematuro;

un breve epitaffio che renda merito a questi fiori sfortunati, incompiuti, scomparsi.

A volte un vento burlesco, noncurante del loro dolore, li sballotta da una parte e dall’ altra, e a me sembra di sentire la loro agonia perdersi nell’ osservare in lontananza un fioraio vendere un mazzolin di rose ad un arzillo vecchietto, che si appresta a festeggiar le nozze d’oro con colei che cinquant’anni prima gli rispose con un semplice sì!

Gioie che non vivranno mai, di quei fiori resteranno solo steli spezzati sotto fredde e impassibili suole, lacrime di rugiada di commiato.

Esistenze vane, avrebbero forse preferito esser colti da giovani innamorati?

Veder reciso il proprio legame con la vita per posarsi tra lunghi capelli, accompagnati al contempo da dolci sorrisi e soavi carezze?

Spegnersi in un lungo bacio, sì, avrebbero preferito andarsene così.

 

 

Edmond L. Isgrò