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Uomini in fiore

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Sono un uomo accorto, forse anche troppo. Scrivo nella mia mente i discorsi da pronunciare il giorno dopo, le frasi, i saluti e persino le battute.
Pure i gesti sono voluti (volente o nolente, le vostre apparenze ve le hanno indotte i miei inganni notturni), sicché mi risulta alquanto difficile improvvisare, la naturalezza non è nella mia indole, solo nella solitudine improvviso, al di fuori di essa mi interessa soltanto contemplare il verbo altrui: troppo individuale; troppo egoista; troppa voglia di aver ragione.
Capisco che qualcuno possa criticare il mio fare, il mio manipolare me stesso, ma alla fine, sono un relativista, e non mi permetto di dissentire a priori un’opinione.
Solo le margherite di prato mi ricordano una vaga e naturale sobrietà – silenti – tranquillizzano la mia persona meglio di un farmaco.
Sono un uomo accorto, evito di calpestarle, evito di noncurarle, evito di comportarmi come uomo tra uomini.

 

Edmond L. isgrò

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Un giullare

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Son giullare in un tendone all’aperto,
gaudio divertimento per un bimbo innocente.
Mi affanno per sollevar quel volto spento
quando nel mio cuore si abbatte il presente.

Dipingo sul mio viso una maschera di cera
che di rosso e di bianco si mostra ai presenti;
loro si trastullano su quella facciata severa
e io rispondo con sorrisi torbidi e assenti.

Bianche le sfere danzan silenti
e sorde contemplan l’applauso dei paganti.
Come possono esser rapiti da quel giuoco privo d’amore
senza riconoscer lo sforzo dell’attore?

Mi dileguo in un sontuoso inchino
è la mia roulotte, il mio fortino.
L’acqua purifica chi si è addentrato tra i malsani
e in un bicchier di rosso, rifuggo l’indomani.

Edmond L. Isgrò

Il soliloquio di un pazzo

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<<Che ti devo di’ compa’, so’ stanco>>

<<Non è una novità, cos’è successo questa volta?>>

<<Le persone, amico mio, le persone!>>

<<Ancora? Sempre i soliti discorsi; lo vuoi capire che nella vita ti confronterai con un numero infinito di volti, e volente o nolente sarai costretto a incassare ben più di una volta?>>

<<Ma io divento pazzo così, lo capisci? È inconcepibile per me questa situazione, sai quanti vaffanculo ho dovuto ingoiare? Non credo affatto di star bene così, sai?>>

<<Invece sì, fidati di me, non serve a nulla infervorarsi; se mandi a quel paese ogni persona che ti lede, rimarrai da solo, e ti troverai male in futuro>>

<<Oh, e basta con la solita manfrina trita e ritrita! Se rispondi in maniera brusca, allontani gli altri e passi per uno scorbutico; se rimani da solo, ti troverai male; ma quando mai, io devo stare bene, e da solo sto bene: la situazione attuale mi fa schifo! Con gli amici cerco di essere paziente, in memoria dei bei momenti passati, ma con gli altri ho deciso: al primo screzio, un vaffanculo e via!>>

<<Bravo il signorino, complimenti. Ammettiamo pure che tu riesca ad attuare i tuoi propositi. cosa ti rimarrà? E chi ti rimarrà?>>

<<Cosa mi rimarrà? Pace e quiete. Chi? Be’, non andrò di certo a fare l’eremita. Andrea ad esempio, è un ottimo amico, ce ne fossero di più come lui… è veramente una persona squisita: pacata, gentile, disponibile; mette allegria e non ha mai offeso nessuno, parola mia. Che poi no, questa la ricordi sicuro: stavamo passeggiando io e lui, quando ad un certo punto, poggiando male il piede per terra, si prende una piccola storta e cade a terra; capita a tutti lo sai, è una sciocchezza. Be’ dietro di noi, stava quel deficiente di Gianpaolo, e con la coda dell’occhio lo vidi ridacchiare con un suo amico; Andrea seppur provando disagio, signore qual è, ha fatto finta di nulla, ma oltre il danno, ha dovuto perfino sorbirsi quegli stupidi sfottò… da uno che passa le giornate a vantarsi della propria umiltà: addirittura quando va in chiesa per confessarsi, come minimo si scatta due o tre selfie per mostrare il suo attaccamento alla fede, ma dai! È questa l’incoerenza che mi fa vomitare!>>

<<Senti, ti rendi conto di quello che dici? Sai bene che ognuno di noi può definirsi “puro”: tu, e ovviamente io, non lo siamo, quindi… sii meno pedante>>

<<Io ti voglio spiega’ solo una cosa: detesto le mezze misure. Preferisco mille volte un confronto con una testa di cazzo, che almeno è coerente nel suo essere un uomo di merda; invece di avere a che fare con gente dalla doppia faccia!

Sì è vero, hai ragione, io do molto peso alle minime cose: alla frasetta detta per far ridere; al sorrisetto sarcastico del coglione di turno, alla brutta battutina buttata lì solo per offendere e alle risate, sì quelle cazzo di risate: non solo sono la firma della tua umiliazione, ma ti stritolano l’anima fino a mutilarla. Io dovrei quindi preoccuparmi di passare per persona scortese? Devo pormi dubbi, e non essere sgarbato, solo perché al contrario di loro, io non ho indosso la cappa della furbizia? So di avere buon cuore, ma non sono tenuto a dimostrarlo a loro, non meritano la parte peggiore di me, figurarsi la migliore; pensassero quello che vogliano, che me frega!>>

<<Tanto è inutile che blateri a vanvera, lo so bene che non avrai questo coraggio, non è nella tua indole; sì, forse un giorno non riuscirò a trattenerti e ci proverai, ma tornerai sui tuoi passi, lo sai. Se proprio vuoi sfogarti ti do un consiglio: metti tutto scritto, e forse qualcheduno leggerà le tue menate, può darsi perfino che ci sia gente che ti dia ragione>>

<<Bah, non che m’interessi più di tanto: ho di meglio da fare che stare a fissare un cazzo di schermo sperando in un misero e inutile click; forse qualcuno sentirà la propria autostima lievitare così, io no>>

<<E quindi che intenzioni hai?>>

<<Trovare una soluzione con te, così noi non possiamo andare avanti, ma prima di tutto, ci vuole un bel bicchier di vino, almeno su questo, andiamo d’accordo>>.

Edmond L. Isgro

Riflessioni notturne

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La mia timidezza: pregio per alcuni, difetto per altri.
Io, dal canto mio, non saprei dirvi chi ha torto.
Ricordo ancora gli attimi in cui vivevo la mia “spensierata” fanciullezza; quante volte ho sentito dire dalla maggior parte degli insegnanti quella fatidica frase: <<E. è un bravissimo ragazzo, intelligente sì, ma parla poco e si relaziona difficilmente con gli altri>>.
Non avevano torto, per carità, e non so quante volte mi sono sentito in difetto a causa del mio carattere; io non ho mai torto le ali ad una mosca; le mie parole non hanno mai danneggiato nessuno; per me erano gli altri che parlavano troppo… fin troppo; mi riferisco ovviamente ai galletti da cortile; a quei pavoni sempre pronti a mostrare quel “grazioso” mantello; a quei cani randagi, che aspettano la minima occasione per addentare il tuo spirito.
Timidezza non è sinonimo di bontà però, ecco perché non voglio che questo termine sia per forza un segno della positività morale di un individuo.
Va da sé che, quando sento un chiunque qualsiasi, lamentarsi con un altro per la sua eccessiva chiusura emotiva, io personalmente, mi sento fremere dalla rabbia… vabbè, è naturale.
Ho cercato di ovviare alla timidezza con delle maschere: alcuni mi definiscono un burbero insensibile; altri, un pagliaccio idiota e scadente; altri ancora addirittura, uno che sa stare al mondo (e qui mi scappa sempre una risata).
L’unica cosa che so è la seguente: ho voluto un mondo di bene a molte persone (chi più, chi meno), ma non sono mai riuscito a farle stare bene, ed è questa, la mia più grande disfatta, la croce che “timidamente” porterò, forse, in eterno.
Venderei l’anima al diavolo per vedere l’allegria dipinta sul tuo volto; la contentezza, ogni qual volta provo a rasserenare i vostri animi; ma adesso ho sonno, e dormire, be’… mi fa stare bene!

Edmond L. Isgrò

Delirio #1

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<<Vostro Onore, mi dichiaro colpevole di tutte le imputazioni a mio carico!
No, non mi scruti con quella faccia attonita, si tranquillizzi e accetti con compostezza la mia confessione; la prego però, di mostrare almeno un po’ di comprensività.
Deve sapere che io, E. L., sono colpevole di un reato molto grave: sostituzione di persona!
Quale persona lei dice? Ma la mia, mi pare ovvio.
Aspetti, perché continui a guardarmi con quell’espressione inebetita, tutto le sarà chiaro a momenti.
Ero un bravo fanciullo sa, molto buono, davvero; non sognavo un futuro glorioso, sognavo e basta.
Sa com’è che va la vita per quelli come me?
Be’, glielo dico: fanno del sogno la loro morfina, e ascoltano con noncuranza il rintocco delle campane.
Che c’entra dice?
È facile, è facile… non si scervelli.
Immagini quanto debba essere stato duro per me passare da quell’età idilliaca, all’età adulta; costretto, a causa di una stupida “Y” a dover assumere atteggiamenti che non appartengono per nulla alla mia personalità.
“Fa’ il maschio! Caccia la tua virilità!”
Lo ammetto, ogni volta che qualcuno mi rivolge questi rimproveri, divento come il buon Poretti, e mi tocca tenere a bada la mia mano, che seppur senza manganello, desidera muoversi da sola.
Mi chiedo: devo per forza incominciare a fare chicchirichì per essere un uomo, o come pensano taluni, una persona matura?
Il mio canto fioco e stonato lo dedico solo alla sensibilità e alla dolcezza; questa è la mia maturità, mi dispiace.
No, non ho concluso aspetti; mi tocca annoiarla ancora per qualche minuto.
Scommetto che ha impegni: dovrà tornare a casa dalla sua famiglia, o uscire con qualche collega, è normale.
Be’, sa cosa mi tocca sentire ogni qual volta esco con qualcuno?
Pensi a questa scena: lei e altri bighellonate amabilmente nel viale, quando all’improvviso notate una signorina.
Lei sa bene cosa accade, vero? Vi esibite in deliziosi commenti sul culo, o sulle sue tette; ecco cosa mi tocca sentire in simili situazioni.
Che poi per carità, è vero che ritengo schifosi tali commenti, e questo l’avrà capito, ma non ho la presunzione di dire che siano oggettivamente sbagliati; dal canto loro, le donne non scherzano mica.
Quindi, perché a questo punto lei e i suoi amici esitate ad esporre all’ ipotetica donzella i vostri complimenti? Perché ve ne uscite cacciando dal cilindro, un’insospettabile sagacia?
Sia uomo no? Mostri la sua decantata rudezza, e anche se le daranno del cafone; in fondo, sotto sotto, quelle lì si sentiranno apprezzate.
È perplesso? Non scherzo, non scherzo; ora ve lo provo: mi trovavo a passeggiare con una mia vecchia amica, donna gentile e rispettosa sa, molto introspettiva; e io, cacciando dal taschino la mia piccola mascherina, mi dilettai nel criticare aspramente e volgarmente le forme di una donna un po’ panciuta, che procedeva a passo lento dinanzi a noi.
La doveva sentire la mia amica: “Dai, non dire queste cose, povera…”, e mentre pronunciava queste parole sorrideva, capisce? Sorrideva!
Maligno e vanitoso il sorriso, bugiarde le parole! Il mio esperimento aveva funzionato!
Sì lo so, divago assai; ma altrimenti non potrei renderla partecipe del mio disturbo.
Perché ghigna?
Quindi ha capito, ha capito che sono un pazzo.
Ecco, ecco, mi sbatta in cella, o in un ospedale psichiatrico; è uguale per me, ma si muova forza!
In fretta, non perda tempo, così espierò finalmente le mie colpe: aver provato ad esser giusto come lei; aver ingannato la mia anima; e soprattutto, aver pensato che fosse tutto il resto ad essere sbagliato.
Un solo regalo desidero, dato che avrò molto tempo libero: poter guardare quando ne ho voglia il mio film preferito.
Che film? Forrest Gump, che domande.
Come dice? Ve ne sono di migliori?
Non mi faccia ridere, le sembro uno che se ne intende di cinema?>>

 

Edmond L. Isgrò

Nella casa degli specchi

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Mi capita spesso di girare a zonzo per la città, con lo scopo di rilassarmi e al contempo alimentare con nuovi dubbi i miei innumerevoli grattacapi.
Solitamente, nel compiere queste passeggiate, cerco volutamente di rifuggire qualsiasi contatto con chiunque: conoscenti e parenti compresi.
Quel giorno però, accadde qualcosa di diverso, fui attratto dalle luci e dai rumori di un vecchio luna park, dove bazzicavo quando ero ancora un fanciullo, e forse un po’ per nostalgia dei tempi andati, un po’ per ripescare quelle foto polverose, dimenticate in una di quelle vecchie credenze che mi porto dentro, decisi di varcare quella soglia.
Non voglio tediarvi, quindi non vi narrerò di cosa ho provato nell’osservare la gioia e la spensieratezza che si respirava in quel luogo, perciò mi limiterò a raccontarvi di ciò che la mia mente malata ha provato recandosi nella casa degli specchi.
Non ci furono incidenti, né eventi di natura paranormale, erano i miei tanti riflessi a darmi sui nervi.
Ovunque mi girassi, ovunque posassi il mio sguardo, ero costretto a trovarmi sbattuta di prepotenza la mia persona; per carità, non disprezzo assolutamente il mio fisico, trovo assurde quelle centinaia di regole estetiche, tra cui volendone citare due in particolare: la prosperità del seno, e i centimetri che compongono la nostra statura.
Il problema principale era dovuto al fatto che quei riflessi non erano reali, storpiavano la mia vera immagine e ovunque andassi non potevo fare altro che guardare con sommo disgusto un me che non era me.
Una cosa però mi sconvolgeva, per quanto diverse, in quelle immagini contaminate era presente qualcosa di mio; ad essere sinceri, ancora non riesco a capire il nesso che condividevano quelle brutte copie di me, o per meglio dire, con me.
Io ero loro, e loro erano me e per quanto fossero strane o minute, diverse dall’immagine reale in carne ed ossa, avevano anche esse qualcosa di vero, di mio.
Tornai a casa e fortunatamente non c’era nessuno, potevo essere me stesso in quel momento; andai in bagno per lavarmi il viso e ovviamente mi guardai allo specchio.
Osservai il mio viso pulito, i lineamenti e la conformazione non erano corrotti da chissà cosa, eppure, non so ancora per quale motivo, un sibilo fuoriscì dalle mie labbra: “Chi sono io?”

Nessuna risposta….

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Edmond L. Isgrò