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Maschere e burattini

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Maschere e burattini

Andando, per le vie del centro, mi sento sia Pulcinella che Brighella, perfino Pantalone, ma nel cuore vi è un Pierrot; rinsavito, alzo gli occhi al cielo: un sadico burattinaio tira i fili e mangia pop-corn al suon di risate in sottofondo.

 

Edmond L. Isgrò

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Un borsalino

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Un borsalino

Già da un po’ di tempo, un mesetto su per giù, è sorto in me il capriccio di comprarmi un borsalino.
Ieri, mentre mi districavo tra la folla per fare ritorno a casa rimasi incantato nell’osservare il trilby di una signorina; abito che, notai prontamente, soleva portare sul capo con un pizzico di fierezza.
Viaggiare, adoro viaggiare, e se non è il mio corpo a muoversi, la mia testa compensa tale mancanza.
Mi concentrai quindi su quel grazioso copricapo, e osservando il feltro di cui era composto, sentii un odore di pelle trasportarmi in una fabbrica qualsiasi, tra un’altra moltitudine di uomini lontani: sarti e artigiani con una cultura e idee diverse dalle mie.
I miei occhi a quel punto si soffermarono sul canneté che avvolgeva quell’oggetto e la strada su cui muovevo i miei passi era di colpo diventata un piccolo ufficio ‘ove alcuni uomini, con solerzia invidiabile, cucivano quei piccoli capolavori.
Mi giro, e ritrovandomi magicamente al di fuori di quello stabilimento, vedo autovetture cariche di quella manifattura dirette chissà dove, verso grandi catene, o semplici negozietti di nicchia.
Passano al mio fianco quei lavoratori, ai quali sembra che la mia presenza sia del tutto ignara; osservo i loro volti, stanchi e stravolti, già me li immagino tornare a casa spossati, ma con ancora la forza di nascondere tra sorrisi e carezze, il peso della vecchiaia a mogli e figli.
Un odore di pelle mi attira di nuovo all’interno della fabbrica, su uno scaffale vi sono innumerevoli copricapi, ne prendo uno a caso, un trilby uguale in tutto e per tutto a quello posseduto da quella giovine donna.
La bolla di sapone scoppiò, ritornai dov’ero, il mio viso inebetito fissò ancora quel copricapo; un’antica pergamena si era distesa dinanzi a me, mostrandomi posti nuovi, vite diverse dalla mia, la loro routine, le loro frustrazioni, ma soprattutto, i loro volti.
Distolsi infine lo sguardo, la folla si strinse fino a soffocarmi; avevo viaggiato, senza saperlo, senza volerlo.

 

Edmond L. Isgrò

Errori grammaticali

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Scrivere mi ha sempre permesso di elevarmi a qualcosa di più di un semplice e insignificante essere umano.
Posso dire che nei momenti in cui le parole fuoriescono dalla mia mente per accasarsi su di un semplice foglio di carta o in una cartella del mio portatile, mi sento come se fossi un Dio qualsiasi che si diverte a creare e a modificare l’ambiente circostante.
In queste frasi scorre infatti un soffio vitale, in esse ci sono le mie emozioni, i miei ricordi e i miei assurdi vaneggiamenti.
Insomma, in queste parole ci metto del sentimento, non si tratta quindi solo di lettere vuote scritte solo per cercare di combattere la noia dei momenti in cui non sono coinvolto dal mondo esterno; sì lo riconosco, mi sento onnipotente in questi attimi, e dopo aver terminato il componimento, rileggo il tutto con attenzione, controllo con sguardo minuzioso ogni singolo verso cercando di rimuovere gli errori dovuti ad uno stile imperfetto.
Riesco quindi a dare al contenuto la forma che merita, gli errori pian piano diminuiscono, ma io non contento continuo a rileggere, ne trovo altri lo ammetto e io ne godo come se mi fosse capitata tra le mani una fortuna inaspettata.
Non sono più errori gravi, bensì solo lievi imperfezioni che mi sbrigo a rimuovere con rapidità, so bene che così facendo la prossima volta eviterò di rifarli, perché a migliorare non è solo la qualità del testo, ma anche la mia abilità nel dare la vita a questi pensieri.
Sinceramente vorrei fare lo stesso anche nella vita di tutti giorni, rileggere ogni attimo della mia vita e cambiare con un semplice tocco di penna i punti in cui essa presenta errori di forma.
Lo so che non lo posso fare, non guardatemi con quegli occhi compassionevoli, ma sicuramente converrete con me che nel riesaminare le pagine del proprio passato sia possibile fare tesoro della grammatica imperfetta di un tempo, per poi evitare di ricreare gli stessi strafalcioni nelle pagine a venire.
Ovviamente non saranno perfette, qualche imperfezione qua e là ci sarà sempre, ma passo dopo passo gli errori svaniranno completamente, lasciandoti soddisfatto a contemplare quel risultato tanto sperato e forse pure un po’ inatteso.
Ed è come quando a scuola ti capita per la prima volta di prendere dieci ad un compito, e tu stai lì incredulo e ripensi a quanto hai sudato per raggiungere quel risultato, l’unica differenza che qui non si tratta di un semplice tema d’italiano, ma di tutta la tua vita.

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Edmond L. Isgrò