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Poesia d’amore obbrobriosa

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Ti regalerei amene parole,
figure retoriche altisonanti
e gocce d’inchiostro eleganti
da raggelare il sole.

Eppure – muto – non parlo,
timido, da te sono investito.
Annoiarti? Mai! Contrito e inibito
ti ammiro in volo.

Rondine che fugge lo stormo;
vera portatrice di primavera.
Seppur teso, il tuo camminare rallegra
chi, d’animo rinsecchito, d’almo

rigoglie nel tuo volteggiare.
Io che mi trascino
avvampo nel passarti vicino,
e ti saluto, solo per sentirti danzare.

 

 

Edmond L. Isgrò

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Fuliggine bianca

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Siamo nati nane bianche,
e più di un raggio
è calato in questo teatro di passaggio;
siamo luci stanche.

Siamo nati caldi, colorati
e con in mano una gomma
dipingiamo lo stemma
della banda dei timidi scolorati.

Abbiamo vissuto almeno un’età?
Narcisisti, non lo sappiamo noi,
narcisisti, ciechi e sordi di voi.
Nelle galassie: sottomarini in profondità.

Siamo nati di morte prematura,
un passaggio sì, abbiam saltato,
ma lieti sorridiamo: “Nulla ci è dovuto!”
Siamo nati morti e poi vivi di paura
tre stagioni non abbiam voluto,
noi: inverno tiepido dal bianco manto.

 

                                                                                                            Edmond L. Isgrò

Al tavolo dei malandati

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Al tavolo dei malandati

Lo sguardo bieco sul mondo,

sanguisuga che di gaudio si nutre;

si riflette nelle pupille vitree

di un compagno similmente profondo.

 

Seduti ad un tavolo si disquisisce,

eterni, i secondi tendono a passare.

Ciò non disturba il nostro conversare,

ma il nostro spirito si affievolisce.

 

Leggiamo i romanzi della vita,

ascoltandoli, sembra una tetra sinfonia;

non distinguo la tua dalla mia,

è solo il requiem di una trista salita.

 

Boccate di fumo impastano la bocca

e nuvole blu volteggiano inquiete:

salata è l’acqua, non placa la sete;

il mare non bagna il viso, l’anima, una secca.

 

Avvoltoi pregustano esanimi carni,

la resa, un opzione da considerare;

è dubbia se non oscura, la nostra sorte.

A due scogli il peso dei nostri malanni,

all’eterno domani non siam pronti a rinunciare,

e allo spettro di un riverbero ci diciam: «Buonanotte».

 

 

Edmond L. Isgrò