Archivi tag: Racconti

Lo sfogatoio

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«È dura esser nato specchio signori, è dura. Qui non ce la si fa più: la gente non parla con me, si confessa. Vengono, si fermano davanti a me e si ammirano. Capite? Si ammirano! E lo fanno in mille modi: li rifletto mentre osservano il loro aspetto; mentre si cimentano in mille moine e in mille paroloni; mentre ascoltano il dolce suono della loro voce, dei loro pensieri e delle loro idee. Capitemi, io lì, inerte a viver la loro vita, qua… l’unico riflessivo, so’ io!»

 

«E ti lamenti?», rispose ironica la bilancia. «Con me si denudano proprio, e salgono sul mio corpo con solennità, come se andassero ad un funerale, e sai che combinano? Si pesano. Hai capito bene mon ami, quando sono io che faccio tutto lo sforzo, tutto il lavoro. Poi esce quell’agognato numerino e apriti cielo: epiteti e bestemmie di ogni tipo; ‘sto posto diventa un bordello. Quegli idioti non hanno capito che i numeri che vedono son falsi. Se volessi mostrar loro quanto pesano davvero, a quest’ora se la giocherebbero con i palloncini».

 

«Fallo allora!», tuonò il tappetino ai piedi del lavello. «Mostraglieli, mostraglieli quei numeri, che io sto impazzendo: mi bullizzano peggio dello straccio da cucina. Entrano, e mentre con te si confessano caro specchio, a me, quei signori, mi calpestanto! Vedi? Ho ancora sul mio povero corpicino i segni delle loro pedate. E non si premurano proprio di me; non contenti, una volta ogni tanto, mi sbattono e mi torturano con un certo arnese… dicono che son pieno di polvere e di peli. Ah, ma non sanno quegli ingenui, che è proprio quella roba la mia salvezza: l’attiro e me la sniffo; così riesco a dimenticar tutto. Ad uccidermi invece, saranno quelli là, e quando morirò, sgualcito dalle loro nefandezze; la colpa vi dirò, sarà pure mia!»

 

«Nun parla’ con me de bullismo, bello, che quello messo peggio accà, songh’io! Già me sfottono e me chiamano cesso, poi, sai che fanno chelle bestie là? Vengono, si seggono e scaricano tante di chelle cagate che n’artro po’ me fanno er lavaggio del cervello. Aropp nu poco scoppio, tante le merdate che sparano. Cazzo ce posso fa se me vene ‘a vomità; m’intasano, è ovvio che uno non ce ‘a fa chiu. ‘A cosa che me fa innervosi’ però, è ‘a faccia che fann! Se schifano e me insultano. Chella merda che vedono, è ‘a lor! So pure sciemi, nun sapn che addn fa. Aropp nu poc vene uno, sciemo sì quant a loro, ma almeno è n’artista. Co nu pai e guant e ‘na chiave, fa certi magheggi che non vi sto manc a di’, e me fa senti’ come nuovo. Aropp però tornano a cagà, agg ragione io quando li chiamo test’ e cazz!»

 

«Almeno di te si preoccupano, caro il mio water; lo chiamano lo psicanalista», dichiarò mesto lo specchio. «Adesso però li aggiusto io, vendico tutti, e nessuno provi a fermarmi. Aspetto solo che vengano qui un’altra volta, e appena le loro sudicie manacce mi sfiorano, zac… mi suicido e mi frantumo in mille pezzi. Uno, perché non ce la faccio più, due, perché così avranno la dimostrazione che non sono solo un oggetto inanimato. E dopo averli fatti morire di paura, gli toccherà pure subire sette anni di sventura.»

 

Edmond L. Isgrò

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Lacrime di una candela

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In una buia e gelida notte invernale, mi trovai per uno sfortunato gioco degli eventi a dover sopportare la mancanza di corrente nel mio appartamento.
Per trovare ristoro a quel freddo pungente e non avendo la volontà di coricarmi, mi apprestai ad accendere una di quelle candele che tenevo a mo’ di reliquie in una vecchia credenza da non so quanti anni.
Fu più difficile trovare i fiammiferi a dire il vero, ma dopo essermi fatto largo tra qualche cianfrusaglia, potei finalmente godere di un po’ di luce misto ad un dolce tepore.
Mi sedetti sul mio sgabello preferito, posai la candela su quello scrittoio, che insieme alla penna e al calamaio furon gli amici più sinceri che ebbi mai e mi concentrai su quella flebile fiamma.
Si contorceva assai quella minuta creatura, ma resisteva egregiamente agli spifferi che ormai avevano fatto salotto nella stanza; ciò mi colpii non poco, io che da sempre vivevo sottoterra come una talpa, sapendo di non reggere bene gli urti che solevan bussare all’uscio di casa mia, non riuscivo a credere che una piccola fiamma potesse possedere tale resistenza.
Lo ammetto, la luce, il calore e la forza di quella candela mi rapirono, tanto che mi pentii di non aver mai usufruito fino ad allora di un simile ben di Dio; eppure qualcosa non andava, all’inizio non capivo di cosa si trattasse, ma poi tutto mi fu più chiaro.
Notai infatti che dalla colonna che sosteneva quel dolce focolare cadevano delle gocce, le quali a prima vista, vi giuro non sono pazzo, sembravan lacrime.
Il miracolo della combustione?
Macché, quella struttura di cera soffriva, ne ero sicuro, ma il come e il perché mi apparivano oscuri.
Possibile che la causa fosse quella fiamma?
“No, come può tale grazia, essere causa di siffatta malinconia?” Mi domandai tra me e me, ma con il passare del tempo mi resi conto che l’ipotesi in fin dei conti non era affatto utopistica.
Il calore struggeva quella cera e io fui testimone di uno spettacolo impressionante; dovevo far qualcosa, salvare da quello strazio la poveretta, che nel frattempo continuava senza sosta a versar lacrime sullo scrittoio e non accennava a fermarsi.
L’unica soluzione possibile era spegnere quella fiamma, ma così facendo, il calore e la luce sarebbero svaniti in un lampo, lasciandomi di nuovo al gelido freddo di quella notte e le lacrime di cera sicuramente sarebbero divenute piccoli cubetti di ghiaccio.
L’indecisione stringeva il mio animo in una morsa, poi osservai quella colonna di cera agonizzante, toccai una di quelle lacrime raccogliendo quel malinconico tepore.
Dovevo farlo; riguardai quindi quella candela, genitrice simultanea di calore e tristezza e mi preparai a compiere l’arduo gesto.
Chiusi gli occhi, trattenni il respiro, fissai di nuovo quella splendida fiamma, e poi…

 

 

 

 

Edmond L. Isgrò