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Uomini in fiore

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Sono un uomo accorto, forse anche troppo. Scrivo nella mia mente i discorsi da pronunciare il giorno dopo, le frasi, i saluti e persino le battute.
Pure i gesti sono voluti (volente o nolente, le vostre apparenze ve le hanno indotte i miei inganni notturni), sicché mi risulta alquanto difficile improvvisare, la naturalezza non è nella mia indole, solo nella solitudine improvviso, al di fuori di essa mi interessa soltanto contemplare il verbo altrui: troppo individuale; troppo egoista; troppa voglia di aver ragione.
Capisco che qualcuno possa criticare il mio fare, il mio manipolare me stesso, ma alla fine, sono un relativista, e non mi permetto di dissentire a priori un’opinione.
Solo le margherite di prato mi ricordano una vaga e naturale sobrietà – silenti – tranquillizzano la mia persona meglio di un farmaco.
Sono un uomo accorto, evito di calpestarle, evito di noncurarle, evito di comportarmi come uomo tra uomini.

 

Edmond L. isgrò

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Un borsalino

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Un borsalino

Già da un po’ di tempo, un mesetto su per giù, è sorto in me il capriccio di comprarmi un borsalino.
Ieri, mentre mi districavo tra la folla per fare ritorno a casa rimasi incantato nell’osservare il trilby di una signorina; abito che, notai prontamente, soleva portare sul capo con un pizzico di fierezza.
Viaggiare, adoro viaggiare, e se non è il mio corpo a muoversi, la mia testa compensa tale mancanza.
Mi concentrai quindi su quel grazioso copricapo, e osservando il feltro di cui era composto, sentii un odore di pelle trasportarmi in una fabbrica qualsiasi, tra un’altra moltitudine di uomini lontani: sarti e artigiani con una cultura e idee diverse dalle mie.
I miei occhi a quel punto si soffermarono sul canneté che avvolgeva quell’oggetto e la strada su cui muovevo i miei passi era di colpo diventata un piccolo ufficio ‘ove alcuni uomini, con solerzia invidiabile, cucivano quei piccoli capolavori.
Mi giro, e ritrovandomi magicamente al di fuori di quello stabilimento, vedo autovetture cariche di quella manifattura dirette chissà dove, verso grandi catene, o semplici negozietti di nicchia.
Passano al mio fianco quei lavoratori, ai quali sembra che la mia presenza sia del tutto ignara; osservo i loro volti, stanchi e stravolti, già me li immagino tornare a casa spossati, ma con ancora la forza di nascondere tra sorrisi e carezze, il peso della vecchiaia a mogli e figli.
Un odore di pelle mi attira di nuovo all’interno della fabbrica, su uno scaffale vi sono innumerevoli copricapi, ne prendo uno a caso, un trilby uguale in tutto e per tutto a quello posseduto da quella giovine donna.
La bolla di sapone scoppiò, ritornai dov’ero, il mio viso inebetito fissò ancora quel copricapo; un’antica pergamena si era distesa dinanzi a me, mostrandomi posti nuovi, vite diverse dalla mia, la loro routine, le loro frustrazioni, ma soprattutto, i loro volti.
Distolsi infine lo sguardo, la folla si strinse fino a soffocarmi; avevo viaggiato, senza saperlo, senza volerlo.

 

Edmond L. Isgrò

Riflessioni notturne

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La mia timidezza: pregio per alcuni, difetto per altri.
Io, dal canto mio, non saprei dirvi chi ha torto.
Ricordo ancora gli attimi in cui vivevo la mia “spensierata” fanciullezza; quante volte ho sentito dire dalla maggior parte degli insegnanti quella fatidica frase: <<E. è un bravissimo ragazzo, intelligente sì, ma parla poco e si relaziona difficilmente con gli altri>>.
Non avevano torto, per carità, e non so quante volte mi sono sentito in difetto a causa del mio carattere; io non ho mai torto le ali ad una mosca; le mie parole non hanno mai danneggiato nessuno; per me erano gli altri che parlavano troppo… fin troppo; mi riferisco ovviamente ai galletti da cortile; a quei pavoni sempre pronti a mostrare quel “grazioso” mantello; a quei cani randagi, che aspettano la minima occasione per addentare il tuo spirito.
Timidezza non è sinonimo di bontà però, ecco perché non voglio che questo termine sia per forza un segno della positività morale di un individuo.
Va da sé che, quando sento un chiunque qualsiasi, lamentarsi con un altro per la sua eccessiva chiusura emotiva, io personalmente, mi sento fremere dalla rabbia… vabbè, è naturale.
Ho cercato di ovviare alla timidezza con delle maschere: alcuni mi definiscono un burbero insensibile; altri, un pagliaccio idiota e scadente; altri ancora addirittura, uno che sa stare al mondo (e qui mi scappa sempre una risata).
L’unica cosa che so è la seguente: ho voluto un mondo di bene a molte persone (chi più, chi meno), ma non sono mai riuscito a farle stare bene, ed è questa, la mia più grande disfatta, la croce che “timidamente” porterò, forse, in eterno.
Venderei l’anima al diavolo per vedere l’allegria dipinta sul tuo volto; la contentezza, ogni qual volta provo a rasserenare i vostri animi; ma adesso ho sonno, e dormire, be’… mi fa stare bene!

Edmond L. Isgrò