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L’ansia di una vita

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Le hai contate, sì ne sono sicuro, lo hai fatto: tutte quelle volte che ti hanno rinfacciato ogni spasmo; ogni tuo rabbrividire; ogni qual volta che nervosamente ti mordevi a mano, e respiravi, coprendoti gli occhi, vergognandoti di un semplice pianto.

E ti ricorderai pure, di tutte quelle volte che hanno detto con durezza: “Metti ansia pure a me, vedi di calmarti”, e tu a mezza voce “mi dispiace”, mortificato.

Vedo lì, inchiodati su una croce, i tuoi sensi di colpa, per un qualcosa che forse, non riesci a spiegarti nemmeno tu; giacché, alla fine, chi deve convivere ogni giorno con quel battito accelerato, be’, sei proprio tu.

Le parole volano però, e si posano nelle vaste lande della nostra anima: crescono rovi, e ci cingono in una morsa, lasciandoci inerti su un letto, a specchiarci con il passato.

Convivere con un’ansia permanente non è semplice, perché per l’appunto, ogni gesto naturale, perde le proprie sfumature di semplicità.

Allora forse rimuginerai, e maledirai ogni volta che hai esitato; ogni volta che ti sei fermato; ogni volta che sei partito con il freno a mano tirato; ogni volta che hai rinunciato.

Eppure se andrai più a fondo, ricorderai che a causa di quel timore, vi sono stati anche dei momenti dove hai sbagliato; dove hai inciampato; dove hai maldestramente nuotato e sei quasi affogato.

Ti avranno detto probabilmente che l’ansia è di tutti e che bisogna lottare per porvi rimedio, verissimo, certo, ma ciò che hanno omesso, non volutamente, è che tutti siamo diversi, poiché a volte non ce ne rendiamo nemmeno più conto, vi è un razzismo latente perfino nelle diversità caratteriali.

Quindi, se l’ansia condiziona il tuo modo di vivere, il mio modo di vivere, perché dar questo privilegio anche al giudizio altrui?

Benché molto seccante, la nostra ansia non ha mai danneggiato nessuno, come invece possono esserlo state le parole e i gesti di qualcuno.

Prosegui con calma, la tua calma, e forse chi lo sa, commetterai qualche errore in più; tanto, a Giugno, mese che sublima la primavera e l’estate, da quei rovi fioriranno le more.

Edmond L. Isgrò

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Rincasare la domenica mattina

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La malinconia è lato di me, di noi, che vive solitamente in simbiosi con la nostra persona; a volte però, di par sua, essa si distacca, o per essere più precisi, si quieta, permettendoci di godere appieno gli istanti e le goliardie che accompagnano quelle serate passate tra “amici” ed assenzio.

È la nostra “ora d’aria”, in cui noi povere anime afflitte, c’immergiamo neofiti nella movida cittadina: chiacchiere, risate, commenti fuori luogo e perché no, anche i diverbi, sembrano essere una quotidianità già ben rodata.

Rincasare, lì iniziano i problemi.

Con il terminare della frenesia del circondario infatti, il nostro cervello pare svegliarsi da un torpore, e una saudade non più sopita, infetta i nostri pensieri e le nostre emozioni.

A quel punto,  le membra stanche e due gambe pesanti passano automaticamente in secondo piano; ripercorriamo la serata appena trascorsa, diamo più peso ad alcuni eventi e da lì, a qualsiasi altra cosa, remota e non, il passo è breve.

Arriva l’alba, e la stanchezza aumenta, vero, ma anche la nostra tristezza: barriera che ci separa da un sonno ristoratore.

Una sigaretta per i fumatori, un non so cosa per chi non si abbandona al tabacco, e si attende il solito tran tran mattutino… e due borse ormai logore dal tempo accompagnano la nostra vista sul mondo.

 

 

Edmond L. Isgrò

Al tavolo dei malandati

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Al tavolo dei malandati

Lo sguardo bieco sul mondo,

sanguisuga che di gaudio si nutre;

si riflette nelle pupille vitree

di un compagno similmente profondo.

 

Seduti ad un tavolo si disquisisce,

eterni, i secondi tendono a passare.

Ciò non disturba il nostro conversare,

ma il nostro spirito si affievolisce.

 

Leggiamo i romanzi della vita,

ascoltandoli, sembra una tetra sinfonia;

non distinguo la tua dalla mia,

è solo il requiem di una trista salita.

 

Boccate di fumo impastano la bocca

e nuvole blu volteggiano inquiete:

salata è l’acqua, non placa la sete;

il mare non bagna il viso, l’anima, una secca.

 

Avvoltoi pregustano esanimi carni,

la resa, un opzione da considerare;

è dubbia se non oscura, la nostra sorte.

A due scogli il peso dei nostri malanni,

all’eterno domani non siam pronti a rinunciare,

e allo spettro di un riverbero ci diciam: «Buonanotte».

 

 

Edmond L. Isgrò

Due letti

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Due letti

Una stanza zeppa di eterni balocchi,

racchiude i sogni di due anime fraterne;

una di esse dorme non curante di chi

dalla veglia è restio a staccarsene.

 

Mestamente guardo quel volto ancora puro

e immergo i miei sensi in quel suo russare.

Il giovine non immagina il proprio futuro,

ma si gode il gusto di poter sognare.

 

Rido fra me e me guardando la creatura

a cui affido il mio bene fraterno.

Lui ascolta le mie massime con cieca premura,

superflue per chi illuminerà l’averno.

 

Oh sì, lui coltiverà innumerevoli passioni

coglierà fiori freschi e variopinti;

sorreggerà amici e donerà loro emozioni,

lui non rientrerà tra i vinti.

 

Le mie membra stanche rinvigoriscono,

so di aver ragione, non  è presunzione la mia.

Contento osserverò ciò che non sono,

e  se un grazie riceverò, sarà solo una mera bugia.

 

Ripenso ai fiori nel mio giardino,

i quali lasciai incautamente a marcire,

ora secchi, osservano il mio destino;

di una vita destinata presto a finire.

 

Un ultimo sguardo, un ultimo sorriso;

è tempo che mi abbandoni all’oppio anche io.

Sognerò una vita che non ha nulla di mio,

ma lungi l’invidia macchiar questo viso.

Edmond L. Isgrò

 

 

 

 

 

A voi

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A voi, oratori di professione;

A voi, cari finti moralisti;

A voi, sceneggiatori di falsità;

A voi, artisti della furbizia;

A voi, che vi dimostrate accomodanti solo per necessità;

A voi, che delineate il profilo psicologico di una persona basandovi su un risvolto;

A voi, che esternate con fierezza il vostro esser buoni, senza farvi alcun esame di coscienza;

A voi, che date importanza alle discussioni e allo scambio di opinioni, per poi trasformarli in un “braccio di ferro dell’Io”;

A voi, che in un diverbio di qualsivoglia natura, dispensate tecnicismi e aulicità: non fate uso dei lemmi come se fossero una pelliccia di visone;

A voi, che abusate del sarcasmo solo per provocare;

A voi, che sogghignate nel far innervosire qualcuno;

A voi, che nel guardarvi allo specchio, vi fermate al nero delle vostre pupille;

A voi, che dite di non aver mai guardato nessun altro dall’alto in basso;

A voi, che l’avete fatto senza aver mai recitato un mea culpa;

A voi, che urtate gli altri ogni giorno;

A voi, che chiudete un occhio solo quando vi conviene;

A voi, che ridete nell’ascoltare una cattiveria;

A voi, che dopo lo negate con tono mellifluo;

A voi, che non ve ne rendete nemmeno conto;

A voi, che non sommate i piccoli sbagli che inavvertitamente commettete;

A voi, che classificate gli errori in base a chi li compie;

A voi, che dopo aver commesso un grave errore, non versate una lacrima;

A voi, che: “Io, io, io e ancora io.”;

A voi, dico: ”…grazie!”

Non riuscirei ad andare avanti se non fosse per voi; non riuscirei a capire i miei sbagli se non fosse per voi; non riuscirei a provare rabbia se non fosse per voi; non riuscirei, malinconico quale sono, a ridere, se non fosse per voi.

Sì, se non sono ancora annegato nel tedio, io, lo devo a voi.

E vi lascio  senza critiche, a che servirebbero poi, mi è bastato citarvi in un post che considero inutile.

 

Edmond L. Isgrò

Delirio #1

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<<Vostro Onore, mi dichiaro colpevole di tutte le imputazioni a mio carico!
No, non mi scruti con quella faccia attonita, si tranquillizzi e accetti con compostezza la mia confessione; la prego però, di mostrare almeno un po’ di comprensività.
Deve sapere che io, E. L., sono colpevole di un reato molto grave: sostituzione di persona!
Quale persona lei dice? Ma la mia, mi pare ovvio.
Aspetti, perché continui a guardarmi con quell’espressione inebetita, tutto le sarà chiaro a momenti.
Ero un bravo fanciullo sa, molto buono, davvero; non sognavo un futuro glorioso, sognavo e basta.
Sa com’è che va la vita per quelli come me?
Be’, glielo dico: fanno del sogno la loro morfina, e ascoltano con noncuranza il rintocco delle campane.
Che c’entra dice?
È facile, è facile… non si scervelli.
Immagini quanto debba essere stato duro per me passare da quell’età idilliaca, all’età adulta; costretto, a causa di una stupida “Y” a dover assumere atteggiamenti che non appartengono per nulla alla mia personalità.
“Fa’ il maschio! Caccia la tua virilità!”
Lo ammetto, ogni volta che qualcuno mi rivolge questi rimproveri, divento come il buon Poretti, e mi tocca tenere a bada la mia mano, che seppur senza manganello, desidera muoversi da sola.
Mi chiedo: devo per forza incominciare a fare chicchirichì per essere un uomo, o come pensano taluni, una persona matura?
Il mio canto fioco e stonato lo dedico solo alla sensibilità e alla dolcezza; questa è la mia maturità, mi dispiace.
No, non ho concluso aspetti; mi tocca annoiarla ancora per qualche minuto.
Scommetto che ha impegni: dovrà tornare a casa dalla sua famiglia, o uscire con qualche collega, è normale.
Be’, sa cosa mi tocca sentire ogni qual volta esco con qualcuno?
Pensi a questa scena: lei e altri bighellonate amabilmente nel viale, quando all’improvviso notate una signorina.
Lei sa bene cosa accade, vero? Vi esibite in deliziosi commenti sul culo, o sulle sue tette; ecco cosa mi tocca sentire in simili situazioni.
Che poi per carità, è vero che ritengo schifosi tali commenti, e questo l’avrà capito, ma non ho la presunzione di dire che siano oggettivamente sbagliati; dal canto loro, le donne non scherzano mica.
Quindi, perché a questo punto lei e i suoi amici esitate ad esporre all’ ipotetica donzella i vostri complimenti? Perché ve ne uscite cacciando dal cilindro, un’insospettabile sagacia?
Sia uomo no? Mostri la sua decantata rudezza, e anche se le daranno del cafone; in fondo, sotto sotto, quelle lì si sentiranno apprezzate.
È perplesso? Non scherzo, non scherzo; ora ve lo provo: mi trovavo a passeggiare con una mia vecchia amica, donna gentile e rispettosa sa, molto introspettiva; e io, cacciando dal taschino la mia piccola mascherina, mi dilettai nel criticare aspramente e volgarmente le forme di una donna un po’ panciuta, che procedeva a passo lento dinanzi a noi.
La doveva sentire la mia amica: “Dai, non dire queste cose, povera…”, e mentre pronunciava queste parole sorrideva, capisce? Sorrideva!
Maligno e vanitoso il sorriso, bugiarde le parole! Il mio esperimento aveva funzionato!
Sì lo so, divago assai; ma altrimenti non potrei renderla partecipe del mio disturbo.
Perché ghigna?
Quindi ha capito, ha capito che sono un pazzo.
Ecco, ecco, mi sbatta in cella, o in un ospedale psichiatrico; è uguale per me, ma si muova forza!
In fretta, non perda tempo, così espierò finalmente le mie colpe: aver provato ad esser giusto come lei; aver ingannato la mia anima; e soprattutto, aver pensato che fosse tutto il resto ad essere sbagliato.
Un solo regalo desidero, dato che avrò molto tempo libero: poter guardare quando ne ho voglia il mio film preferito.
Che film? Forrest Gump, che domande.
Come dice? Ve ne sono di migliori?
Non mi faccia ridere, le sembro uno che se ne intende di cinema?>>

 

Edmond L. Isgrò

Ultime di un suicida

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Papà, mamma, non potete immaginare la vergogna che provo in questo momento nello scrivervi tali parole, ma questo sentimento è solo uno dei tanti pesi che mi affliggono e che mi spingono a lasciarvi definitivamente.
Vi supplico, dimenticate il volto di questo giovane disgraziato, che di buono non ha nulla, se non la predisposizione naturale al fallimento.
Tutto mi sta scivolando via di mano, e più cerco di ristabilire la situazione, più le cose continuano a sfuggirmi, lasciandomi qui da solo, a soffrire di questa debilitante depressione.
Sono un buono a nulla patentato, privo di orgoglio e di qualsiasi qualità; le persone che incontro se ne accorgono all’istante e rendendosi conto che io sono una persona inutile e noiosa, finiscono inevitabilmente per distaccarsi da me.
Come dar loro torto, se non riesco a regalare un sorriso a me stesso, dubito di poterne svendere alcuno, per un qualsiasi qualcuno; perdo tutti meritatamente, perché nessuno ha bisogno di me, quando io avrei bisogno di loro e darei qualsiasi cosa per farli stare bene, ma sono un disgraziato e la nullità intrinseca nel mio essere rovina sempre ogni cosa.
Voi avete sempre creduto in me, anche nei periodi più bui, ma ho sempre deluso le mie e le vostre aspettative; da un’ora a questa parte non sarà più necessario e sarà l’oblio a prendersi cura di questo piccolo pezzo di sterco.
Mi opprime la vita e la naturalezza di cui è composto tale insieme, ma tutto di per se è giusto, è il sottoscritto ad essere sbagliato, un errore che ben presto verrà corretto e spero dimenticato altrettanto velocemente.
A volte passeggiare, osservare con gli occhi del mio cuore la bellezza della natura e le difficoltà con cui convivono molti dei presunti miei simili è servito a prolungare la mia agonia, ma paradossalmente ciò ha finito per peggiorare tutto quanto, perché notando che la malinconia non si degnava a cessare, ho dovuto necessariamente aggiungere l’aggettivo di egoista per non lasciare solo “inutile fallito”.
Ho rimurginato a lungo sulle tante modalità con cui porre fine a questo errore della natura: non ho la forza di tagliarmi la gola o le vene con un coltello, per quanto in questo istante ho l’impulso di ficcarmi la penna in pieno petto; gettarsi dal balcone e assistere con ansia e terrore gli ultimi secondi che mi rimanevano… era fuori discussione.
Ho optato quindi per la scelta migliore: una boccetta piena di pillole, che mi faranno scivolare lentamente nell’oscurità.
Me ne compiaccio assai, io che sono lento e solo nel sonno riesco a trovare un po’ di ristoro, non avrei mai pensato di trovare una fine così degna per codesto individuo.
Scusatemi però, ve ne prego, se la mia dipartita vi recherà un dolore atroce, ma vi prometto, anzi vi giuro, che sarà l’ultimo dei tanti.
Mi avete messo al mondo e vi conosco bene, cerchereste di rassicurarmi, disposti come sempre a darmi una nuova chance, ma vi converrebbe prendere esempio da coloro che seppur conoscendomi poco ci provarono, tendendomi non una, bensì due mani, ma le ritrassero prontamente, perché giustamente non c’era bisogno di sprecare energie per un cretino che non è in grado di dare nulla, per quanto desideri ardentemente riuscirci; lascio agli altri questo privilegio oramai, io, architetto di disastri, ci rinuncio.
È tempo ora che svuoti questo piccolo barattolo, per poi coricarmi aspettando che l’oblio mi rimbocchi le coperte, come facevi tu, cara mamma, quando ero solo un ingenuo fanciullino.
Spero solo possiate perdonarmi ancora una volta, vi voglio tanto bene, e sono sicuro che mia sorella non seguirà le orme del fratello maggiore, sì, lo stesso disgraziato che ha scelto la morte, come unica opzione disponibile.
Grazie di cuore a tutti voi, e un grazie va anche a coloro che hanno provato a regalarmi un sorriso, a cui ho provato a rispondere in tutti i modi, ma la coerenza di cui sono provvisto mi ha bloccato anche in questo.
Ora è tempo di dirvi addio, lo ripeto ancora, vi ho voluto bene e non sapete quanto, spero solo che le lacrime che bagnano questa lettera possano darvi la conferma.
Grazie, grazie e ancora grazie a tutti quanti, ma è arrivato il momento di lasciarvi, con un semplice e scontato addio!

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Edmondo L. Isgrò